venerdì 22 maggio 2009

La Cecenia Oggi: hanno ragione tutti sino al punto di sopprimere la vita dell’altro.





























La Cecenia Oggi: hanno ragione tutti sino al punto di sopprimere la vita dell’altro.
di Antonio Bruno

Il 22 maggio 2009 alle 19, la Biblioteca Provinciale "N. Bernardini" (presso l’ex Convitto Palmieri) di Lecce ha ospitato il dibattito La Cecenia oggi: diritti umani e libertà di espressione - Francesca Gori incontra Majnat Abdulaeva.Ha Coordinato l’incontro Alizia Romanovic, Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università del Salento.
Stavo andando al Rettorato per ascoltare una conferenza che non ho più potuto ascoltare perché sono arrivato in ritardo quando due ragazzi e una ragazza mi chiedono della Biblioteca Bernardini perché erano venuti da Cisternino per sentire parlare della Cecenia. Uno di loro fa su e giù dall’Irlanda e si chiama Nino Tropiano, mi dice che fa l’emigrante da tempo e si divide anche in Italia tra Cisternino e Monopoli. Con lui la biondissima Vittoria Fiumi anche lei con una residenza alle spalle in Inghilterra e Irlanda ma ache oggi si divide tra Bologna e Roma e infine Martin Baihman di Zurigo che spera tra due mesi di parlare in italiano ma che adesso parla solo inglese e tedesco.
Nell’incontro siamo seduti tutti e quattro a cui si aggiunge Giovanni Giangrande , ma soprattutto familiarizzo con Nino, Vittoria e Martin i tre ragazzi che arrivano da lontano per assistere a questo dibattito, tre ragazzi venuti per ascoltare Majnat Abdulaeva che è una giornalista cecena che ha vissuto e raccontato gli orrori della guerra. Durante la prima guerra cecena è stata testimone oculare dei massacri e dei rastrellamenti condotti dalle truppe russe nel suo villaggio natale, Šamaski, che hanno coinvolto anche alcuni dei suoi familiari più stretti; fra le due guerre ha lavorato come caporedattore per il canale televisivo nazionale della Repubblica Cecena di Ičkerija. All'inizio della seconda guerra cecena ha deciso di rimanere nella Groznyj assediata per poter documentare la guerra lavorando per il quotidiano moscovita «Novaja Gazeta» e per Radio Svoboda (Radio Liberty).
Nonostante le pressioni indirizzate a lei e alla sua famiglia affinché cessasse l'attività giornalistica, ha proseguito il suo lavoro come corrispondente dalla Cecenia fino all'agosto del 2004 quando, dopo reiterate minacce, è riuscita con l'aiuto di alcuni amici giornalisti ad abbandonare la Cecenia. Si è stabilita in Germania, dove per tre anni ha beneficiato dei sussidi del Centro Pen, che fornisce supporto, anche economico a scrittori e giornalisti perseguitati. Nel 2003 è stata finalista del premio Andrej Sacharov «Per il giornalismo come azione» per i suoi reportage da Groznyj.
Detto questo inizio dalla fine quando sommessamente ho detto che questa della Cecenia è una brutta storia. La prima traccia della presenza di soldati russi in territorio ceceno si ha nel 1577 quando i cosacchi si stabilirono nella regione del Terek. Parte dell'impero russo dal 1783, anche se con periodiche ribellioni (Imamato del Caucaso), Cecenia ed Inguscezia furono inglobate nella Repubblica Autonoma Socialista Sovietica Ceceno-Inguscia alla nascita dell'Unione Sovietica. Durante la Seconda guerra mondiale, i ceceni insorsero contro i russi e si allearono con i tedeschi, ma una volta che l'Armata Rossa ebbe ricacciato le truppe nemiche, Stalin ordinò una durissima punizione. Il 23 febbraio 1944 con l'Operazione Lentil in una sola notte un milione di cittadini ceceni vennero deportati dal governo centrale sovietico nella repubblica sovietica del Kazakhstan. Fu loro concesso di ritornare alla loro regione d'origine solo nel 1957.
Ora Majnat Abdulaeva racconta che anche lei che non è stata deportata quando ne parla dice “Quando siamo stati deportati” insomma la questione non si ferma, il dolore è ancora forte e si ripropone con questo modo di essere comunque partecipi anche se non si era presenti.
Ascoltavo Majnat Abdulaeva parlare delle “pretese russe” ci raccontava che nel Caucaso, in Cecenia qualsiasi avvenimento ha a che fare con il dolore e la sofferenza e quindi chi vuole raccontare questi paesi fa la cronaca di una guerra. Un guerra tra Cececina e Russa che pè una costante da 400 anni, che è più o meno intensa ma che è una costante.
Il padre di Majnat Abdulaeva era stato dichiarato nemico del popolo e trascinato in un Lager, un campo di concentramento, i suoi fratelli giovani sono stati dichiarati nemici del popolo. Lo zio fratello della madre prima eroe della II guerra mondiale e poi anche lui nemico del popolo sbattuto nel Lager.
Majnat Abdulaeva afferma che la Cecenia è l’arma dell’Occidente contro la Russia che quando deve essere ridimensionata viene accusata di crimini contro la Cecenia. Ma non c’è alcun aiuto concreto per questo popolo. Majnat Abdulaeva chiede Asili, Scuole e Ospedali per il suo paese, chiede che noi presenti facciamo veder un aiuto tangibile.
Majnat Abdulaeva ci racconta della paura di far ricorso alla Corte Europea di Strasburgo ma riferisce di un inizio di ricorsi presentati. La Cecenia è abitat da un popolo che ha il Clan come struttura antropologica (nel linguaggio antropologico il clan è un gruppo di persone unite da parentela, definita dalla discendenza riconosciuta da un antenato comune capostipite) e in queste strutture si rinnova la memoria della deportazione.
Poi Majnat Abdulaeva ci racconta del tragico assalto dei terroristi ceceni al teatro di Mosca "Dubrovka" che avvenne il 22 ottobre del 2002. Secondo le versioni ufficiali morirono 129 persone. Dice dei servizi segreti e delle provocazioni. Majnat Abdulaeva afferma che quelle donne non avevano scelta.
Io me ne sono restato in silenzio. Ho impresso nella mente il viso di Majnat Abdulaeva, il suo dolore. Non si può parlare del dolore delle persone.
Solo una annotazione finale. All’uscita due persone dicono la loro sull’evento. Uno afferma che questi popoli piccoli hanno bisogno del clamore e per questo è come se avessero necessità di essere perseguitati per avere l’attenzione internazionale, un’altra persona invece afferma che ci sono i burattinai che manovrano persone inconsapevoli.
Ma ci sono persone umane che muoiono ogni giorno in nome di cosa? Finisco con le parole del Prof. Raffaele De Giorgi Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Salento pronunciate in una presentazione al rettorato per un’altra iniziativa:
“…. l’umanità nasconde solo la violenza e i diritti umani sono enormi abissi di vuotezze riempiti dal livello di civilizzazione. I diritti umani non rappresentano una garanzia ma è una costruzione degli uomini. Infatti rendiamo l’uomo libero per renderlo imputabile, proprietario per applicare il diritto di proprietà. Sano di mente per poter dichiararlo pazzo. Il problema centrale è l’idea dell’uomo, l’idea dell’altro. Il problema è la questione del senso del senso.
(omissis) ………Capovolgiamo e osserviamo dallo schermo che ci da l’immagine tridimensionale di noi che ci relazioniamo con la realtà.
Le mode, quelle di dire che bisogna fare sistema, qualunque sia il discorso immediatamente qualcuno afferma che si, va bene, ma bisogna fare sistema. Cosa che puntualmente non fa nessuno. Mode! Come quella della riunione di politici e della seguente dichiarazione che dopo una riunione di 7 ore si era arrivati alla conclusione che Ognuno doveva prendersi la sua responsabilità. Come se ci fosse qualcuno disponibile a prendersela! Balle! Mode!
Guardiamoci, osserviamoci immersi in questo mondo e se lo facciamo con una certa regolarità ecco che il concetto di identità, cittadinanza e diversità ci apparirà per quello che è, ovvero parole prive di significato e quindi di senso…..”
Ma di tutto questo quell’uomo con la barba e quella donna non hanno sentore, non ne sanno nulla, non penso ne abbiano nemmeno sentito mai parlare. Se Majnat Abdulaeva potesse osservarsi mentre si relaziona con i Russi, con Putin e se Putin potesse osservarsi mentre si relaziona con i Ceceni!
Dovevo proprio scappare, Giovanni doveva parlarmi, Stefano doveva dirmi qualcosa ma sull’uscio della porta Vittoria Fiumi mi dice che è un’antropologa che ci sono dinamiche e io le dico che le sue dinamiche piaggiano nella ricerca di un CAPRO ESPIATORIO che viene ammazzato per placare la violenza che rischia di distruggere l’organizzazione antropologica artificiale chiamata Società Civile che produce i Russi e i Ceceni che a sentir loro hanno ragione, tutti sino al punto di sopprimere la vita dell’altro.
Meglio avere torto e poter vivere ognuno nel territorio che si è scelto.

giovedì 21 maggio 2009

Far fiorire la pace nel cuore duro degli uomini.


Far fiorire la pace nel cuore duro degli uomini.
di Antonio Bruno

Il Forum per la Pace nel Mediterraneo e l’Agenzia per la promozione dei giovani hanno organizzato a Galatina (Lecce) una sessione del Laboratorio Scritture di Pace diretto dalla Scrittrice Laura Madonna Indellicati.
L’appuntamento è sempre frequentatissimo e la scrittura si sta dimostrando un linguaggio che favorisce la divulgazione dei valori della Pace.
La pace è verde come un prato non inquinato. La pace è gialla come il sole non coperto da un aereo malintenzionato. La pace è azzurra come il cielo non macchiato dal fumo dei missili. La pace è multicolore come l'arcobaleno dopo un temporale.
Sono i colori della Pace che un bambino, Federico F. , ha regalato al mondo e, attraverso queste parole, ha reso possibile che questo valore sia diventato un immagine, un colore.
Il laboratorio che si sposta, quello degli zingari felici, è una immagine che sin propone agli altri, che lascia alla presenza l’espressione dell’attenzione che rivolgiamo all’altro. Spostarsi, andare in un posto nuovo, stabilire nuove relazioni, sperimentare nuove modalità di comunicazione, sono tutti strumenti che mettono le persone nelle condizioni di rapportarsi tra loro in maniera differente.
Lo stupore di uno sguardo che si abitua ad abbandonare le consuetudini, l’emozione di una voce che racconta le antiche genti, le passioni, gli amori insomma, il racconto della vita delle donne e degli uomini che hanno abitato nel corso dei secoli questo territorio, porta le persone a essere spinte dalle vela dell’incanto verso l’incontro con te che mi stai leggendo.
La scoperta che arriva con la narrazione è che le donne e gli uomini sono sempre venuti da lontano, hanno attraversato deserti e valicato montagne, hanno navigato mari e guadato fiumi per colonizzare nuove terre, per cercare di dare corpo alla speranza di una vita nuova.
Questo pianeta misterioso è stato girato in lungo e largo dalle donne e dagli uomini e i misteri si sono ridotti nel corso del tempo. Abbiamo raccontato delle tradizioni dei popoli, delle caratteristiche dei luoghi e delle passioni umane. Conosciamo tutto di tutti ma l’uomo è sempre un mistero che per essere svelato necessita di attenzione, di rispetto e di considerazione e di qualcos’altro che deve esserci svelato.
Questo e tante altre cose nelle scritture di pace. Ciò che hai letto sin’ora e quello che durante questa lettura ti è venuto in mente, sono scritture di pace, parole impregnate di significati.
Prendi in una mano le tue parole che in quest’attimo sono germinate dentro di te, raccoglile con affetto, deponile delicatamente su un foglio bianco e porgile a me, a te stesso e a chi, passando distrattamente da queste parti, può prenderle liberamente e leggerle nel profondo della sua anima. Magari le parole, le mie povere parole, cadendo distrattamente sul cuore del viandante, germineranno ancora e poi di nuovo per continuare a far fiorire la pace nel cuore duro degli uomini.

Il laboratorio della PACE











Il laboratorio della PACE
di Antonio Bruno

Ci si incontra e ci si scontra facendo le cose. Un conto è progettare e un conto è realizzare. Quanta passione in questi giorni che ci vedono impegnati nell’organizzazione del Convegno del 4 giugno 2009! Ci siamo detti tutto e in questo comunicare noi stessi, all’altro diverso da noi, abbiamo imparato qualcosa di ognuno che ci ha resi meno misteriosi. Non ci siamo totalmente svelati, ma ci siamo maggiormente conosciuti, e abbiamo scoperto anche aspetti della nostra persona che erano celati persino a noi stessi. Io mi esprimo attraverso le parole, credo nella capacità che hanno di germinare e spero di non spargerle invano. Come queste povere parole che vi porgo, che spero vi emozionino almeno un po’, come mi stanno emozionando rileggendole, povere parole che auspico servano a farci mettere a fuoco la ricchezza e l’unicità dell’esperienza che stiamo vivendo. Donatella, Virginia, Daniela, Alberto, Stefano Edoardo e Antonio, un manipolo di donne e uomini che tentano l’impresa. Si incontrano, si danno delle priorità, si scontrano, convergono e divergono sugli aspetti organizzativi ma tutti, proprio tutti, hanno a cuore solo la convivenza pacifica tra tutte le persone umane del Pianeta. Non è forse vero che guardiamo a tutte le persone umane e a tutte le genti? Non vi sembra che posiamo lo sguardo a tutte le persone e prime tra tutte quelle che stanno sulle rive del grande lago salato, quelle che da sempre si incontrano costeggiando la riva e passando da porto in porto, da villaggio in villaggio in questo che fu il mondo e che oggi rappresenta la culla della civiltà di tutto il pianeta?
Tutti convergono nel Mediterraneo, tutti prendono spunto da ciò che accade in questo posto sperduto dell’Universo. E noi di questo territorio di Acaya, noi che siamo immersi al centro del grande Lago salato, abbiamo avuto in dono dall’illuminato Dott. Giulio Cesare Giordano Vice Segretario Generale e Delegato Generale per l’Europa del Forum per la Pace nel Mediterraneo una nave che ha una forma di castello, una grande nave immersa nel bel mezzo del Mediterraneo che rappresenta la cerniera tra i popoli che hanno attraversato questo mare sin dalla fondazione del Mondo.
Eccoci al lavoro in questo laboratorio che è aperto, che desidera rappresentare l’inizio di una grande avventura, che non esclude nessuno e che non distingue le appartenenze. Noi siamo i servitori della libertà, i propugnatori della convivenza, i sognatori della Pace e speriamo di essere all’altezza delle aspettative che il Forum ha nei riguardi delle nostre modestissime persone.

mercoledì 20 maggio 2009

Cantami o Diva…la gioia eccelsa che infiniti auspici indusse agli ACHEI







Cantami o Diva…la gioia eccelsa che infiniti auspici indusse agli ACHEI
di Antonio Bruno

Il Forum per la Pace nel Mediterraneo nella sua sede per l’Europa al Castello di Acaya ha ospitato gli Achei. Ma come? Non sai chi sono gli Achei? Sono i cittadini di Acaia!
Si sta preparando il corteo storico di questo Borgo. Acaya, anticamente chiamata Segine, fu fatta fortificare nel 1535 dal Regio Ingegnere militare Gian Giacomo dell’Acaya, su indicazione del re Carlo V, con lo scopo di renderla punto difensivo, utilizzandola come “scudo” di fronte alle continue minacce dei Turchi, che nel Salento si macchiarono di atroci delitti, in particolare l’eccidio dei Santi Martiri di Otranto.
Tutti infervorati e tutti che dicono la loro opinione su come organizzare l’evento che vede protagonisti tutti gli Achei di terra d’Otranto.
Un bambino entra nel castello e chiede se dentro c’è papà, e la gentile signora che sta nell’atrio che non lo sa, che gli dice d’entrare. Uno scricciolo che penetra nei locali che furono le scuderie e che scruta nella sala per cercare il suo papà. Un bambino che 474 anni dopo la costruzione entra nel castello per fare insieme agli altri qualcosa di buono e che vive sicuro, sereno, senza pericoli d’invasione.
Mi sono venuti in mente i bambini delle foto di Kash Gabriele Torsello i luoghi dei conflitti, i luoghi delle partenze per venire sino alla terra promessa chiamata Occidente che brilla nei teleschermi delle TV.
Continuano a parlare gli Achei, dicono delle risorse finanziarie, dicono che ce ne vorrebbero di più. Ospiti del Forum ma anche noi del Forum loro Ospiti. Ospiti di una terra amica che incarna la libertà.

martedì 19 maggio 2009

Le studentesse e gli studenti dell’Università del Salento progettano la Pace











Le studentesse e gli studenti dell’Università del Salento progettano la Pace
di Antonio Bruno

Continua l’attività del Forum per la Pace nel Mediterraneo finalizzata alla divulgazione dei valori della Pace. In questo ambito si è svolto un incontro con gli Studenti della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università del Salento in cui si sono illustrate le iniziative del Forum per la Pace nel Mediterraneo.
Tutte le iniziative sono state organizzate dal Comitato Scientifico del Forum specificamente si sono illustate quelle che si stanno svolgendo in questi giorni tra cui il Laboratorio “Scritture di Pace”, gli incontri con le scuole elementari, medie e superiori nel Castello di Acaya, i seminari formativi, le conferenze e dibattiti e il prossimo Seminario “Economia alternativa e solidale: una risposta possibile alla crisi” che si terrà Giovedì 4 giugno 2009 dalle ore 9,30 alle ore 18,00 presso la Biblioteca provinciale Bernardini di Lecce che è sita nel complesso del Convitto Palmieri che è ubicato nel centro storico di Lecce, tra via Cairoli, piazzetta Carducci e via Caracciolo e occupa complessivamente una superficie di circa 11mila metri quadrati tra spazi interni, chiostri e giardino.
Come posso favorire la convivenza pacifica tra i popoli? Questa è stata la domanda a cui hanno risposto le giovani studentesse e i giovani studenti universitari convenuti nella Biblioteca dell’ Edificio Buon Pastore in Via Taranto al n° 35 di LECCE.
La considerazione che è risultata condivisa è che la mancanza di conoscenza tra le persone determina la paura e conseguentemente la chiusura e l’atteggiamento di difesa che non consente l’accoglienza dell’altro, sia che l’altro sia il singolo sia che sia un popolo.
Ecco che la prima cosa che le giovani studentesse e i giovani studenti universitari hanno considerato un emergenza da affrontare e risolvere è risultata essere quella fi favorire in ogni modo possibile la conoscenza tra le persone umane ed i popoli. Gli studenti, tutti della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università del Salento, hanno messo a disposizione del Forum le loro competenze linguistiche e la loro conoscenza delle culture dei popoli per favorire la conoscenza e hanno preso l’impegno di elaborare dei progetti per realizzarla in concreto in collaborazione con la Sede Europea del Forum per la Pace nel Mediterraneo del Catello di Acaya.

domenica 17 maggio 2009

Il Forum per la Pace nel Mediterraneo incontra gli studenti dell’ l’ISTITUTO ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE " ANTONIETTA DE PACE ". VIALE MARCHE N.19





























Il Forum per la Pace nel Mediterraneo incontra gli studenti dell’ l’ISTITUTO ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE " ANTONIETTA DE PACE ". VIALE MARCHE N.19 - 73100 LECCE (LE).
di Antonio Bruno

Il Forum della Pace nel Mediterraneo è una organizzazione non governativa internazionale (IONG) senza fini di lucro, retta dalla Legge francese del 1901, che riunisce figure accademiche e religiose, uomini e donne di cultura, artisti, personalità del mondo degli affari, della politica, dell’economia nonché del mondo dei media, con lo scopo di far lavorare insieme il settore pubblico e quello privato per il raggiungimento degli obiettivi che esso si prefigge.
Il Forum ha proprie sedi in Africa (sede Cairo in Egitto) , in Asia e in Europa. Questa visione di un partenariato paritario tra i 3 continenti, contribuirà alla creazione di un comune sentire che faciliterà la creazione di un insieme mediterraneo, economico e sociale, basato sulla realtà multiculturale dell’area e multipolare del pianeta.
Dal 15 Aprile 2008 il Forum ha la sua sede europea nel Castello di Acaya, nell’omonimo borgo situato vicino a Lecce, messo a disposizione a titolo gratuito dalla locale Amministrazione Provinciale che ne è la proprietaria.
Nell’ambito delle attività della sede Europea nel Castello di Acaya il Forum ha incontrato l’ISTITUTO ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE " ANTONIETTA DE PACE ". VIALE MARCHE N.19 - 73100 LECCE (LE).
Nell’incontro si è detto agli studenti presenti che il Centro di Acaya ha come prima missione quella di riunire tutti gli attori della società civile europea che credono nella necessità di stabilire una Pace durevole nel Mediterraneo e di operare affinché i popoli dell’ area apprendano a VIVERE INSIEME !
Il colloquio ha preso spunto dalle difficoltà di vivere insieme che sono rappresentate dalla limitatezza delle risorse. Gli studenti si sono intrattenuti riflettendo attraverso l’esempio dell’innamoramento per una persona da parte di più soggetti, comune nella loro età, sull’insorgenza di conflitti tra loro per accaparrarsi l’oggetto del proprio desiderio. Gli studenti hanno convenuto che tale situazione di conflittualità può essere risolta attraverso il dialogo che è appunto una delle modalità per favorire la Pace adottate dal Forum.
A questo incontro altri ne seguiranno presso l’ l’ISTITUTO ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE " ANTONIETTA DE PACE ". VIALE MARCHE N.19 - 73100 LECCE (LE).


I Membri fondatori del Forum si compongono di diciassette personalità che condividono valori comuni di pace e di tolleranza, e fra questi alcuni, nonostante siano originari di paesi non mediterranei, vogliono contribuire alla costruzione di una nuova strategia di ristrutturazione culturale ed economica nel Mediterraneo.

Il Bureau del Forum si compone di 7 Membri:

Presidente:
- lo sceicco saudita Mohamed Bin Issa Al-Jaaber, che dal gennaio scorso ha preso il posto dell’ex Primo ministro palestinese M. Ahmad QURIE, Capo del gruppo di negoziazione con Israele (ora presidente onorario).;

Vice-presidenti:
-Prof. Federico MAYOR, Presidente della Fondazione Cultura della Pace, ex Direttore Generale dell’UNESCO;
- Dr. Avi Moshe GIL, economista, ex direttore di gabinetto di Shimon Peres;
- Cheikh Mohammed Ben Issa Al-Jaber, Presidente e Direttore Generale di MBI International;
- Senatore Giovanni Pellegrino Presidente della Provincia di Lecce

Segretario generale:

- Dr. Omar MASSALHA, Ambasciatore, ex Direttore all’UNESCO.

Vice Segretario generale:
- Prof. Giulio C. GIORDANO, Membro Fondatore del Forum, sono affidate inoltre le funzioni di Delegato Generale per l’Europa e per tale motivo, anche quelle di Coordinatore del Centro di Acaya.

Tesoriere:
- Prof. Philippe SAUNIER, Vice-Presidente dell’Università di Nizza Sophia- Antipolis.

Consigliere in Comunicazione:
- M. Emile Haïm MALET, Direttore della rivista «Passages».

domenica 10 maggio 2009

Le cose dell’amore che non sono amore



Le cose dell’amore che non sono amore
di Antonio Bruno


A San Cesario di Lecce sabato 9 maggio Umberto Galimberti ha parlato del suo libro del 2004 Le cose dell’amore.
C’era moltissima gente a riempire letteralmente l’atrio del Palazzo Ducale. Ho ascoltato quello che segue.
L’uomo teme ciò che fa perdere l’ordine e Dioniso collassa l’ordine. L’umano è collegato con la ragione e l’antecedente della ragione è la follia. Lo scenario della follia è abitato da Dio.
L’uomo abita invece lo scenario della ragione.
Quando tu dici “Io faccio cose dell’amore” stai mentendo, perché io non dispone delle cose dell’amore.
Socrate soffriva di attacchi di ATOPIA che viene da Topos che significa luogo. Atopia significa “fuori dal luogo” ovvero dislocazione.
Se vuoi entrare nelle cose dell’amore devi essere nell’atopia.
Ragione e poi sotto di lei la follia e noi siamo diversi per la specifica follia. Nel linguaggio delle cose dell’amore non c’è singolare o plurale ma duale. Con l’atopia entri nelle cose dell’amore.
E “Io non può entrare nelle cose dell’amore” perché “Io” è posseduto delle cose dell’amore. Come la parola entusiasmo che significa dentro di me ho un Dio, e il poeta ha entusiasta dice cose ispirate da Dio e infatti ci si esprime contaminati da adiacenze di significati..
Il Dio è violenza perché non sta nelle regole e nelle cose dell’amore c’è il raptus che significa rapito da cosa altra. Le cose dell’amore sono agitazione sia quando ci avviciniamo con tenerezza che quando ci allontaniamo con sguardo feroce.
La filosofia sa di non sapere. Il filosofo sa di non sapere nulla e che la verità è in ogni uomo. Il filosofo ha EPISTEME (ciò che sta su da solo) ovvero il sapere. Sta su da solo e non si appoggia in base agli effetti o in nome dell’autorità o per la fascinazione.
Acta Erotica le cose dell’amore vengono insegnate da una donna.
La follia è antecedente alla razionalità ed è sede delle cose dell’amore e c’è Afrodite che con Ares (Marte) genera il Dio delle cose dell’amore che sono pulsione sessuale e aggressiva che non appartengono all’io. Platone afferma che le cose dell’amore vivono di mancanza, di povertà (Penia = Povertà , miseria) e tale mancanza genera il desiderio (Epizimia) ovvero aprire un varco tra le stelle.
Nel De Bello Gallico appaiono i desiderantes che passano la notte ad attendere chi non è ritornato. Il desiderio è mancanza e la via d’uscita è rappresentata dalle cose dell’amore e continuiamo a occuparci delle cose dell’amore finchè l’altro ci rimane nascosto, quando dell’altro sappiamo ecco che le cose dell’amore finiscono.
L’altro se vogliamo che sia delle cose dell’amore deve esserci nascosto ed enigmaticamente buio. Tra chi accadono le cose dell’amore?
Tra IO e TU. Io attraverso te scendo nella mia follia così come tu attraversoi me scendi nella tua follia. Condizione sopsistica (Il solipsismo (dal latino solus solo e ipse stesso, ossia "solo se stesso" è la credenza metafisica che l'esistenza in quanto tale sia solo parte degli stati mentali dell'individuo stesso, in altri termini: tutto ciò che esiste è creato dalla o è parte della mia conoscenza).
Nelle cose dell’amore quando l’altro ci lascia diciamo che ci ha portato via l’anima perché se lei non c’è io non posso scendere nella mia follia. Le cose dell’amore è ermeneutiche che significa interpretano traducono il linguaggio degli uomini agli dei.
Le cose dell’amore sonoquelle che mettono in comunicazione l’IO ovvero la ragione con l’inconscio ovvero gli dei il risultato è che le cose dell’amore non generano ma aiutano a generare. Dopo aver avuto accesso alle cose dell’amore l’io non è più quello di prima. Nelle cose dell’amore c’è maieusis, aiuta la generazione dell’io e dopo una storia l’io ha delle tracce che possono essere ornamenti o ferite.
Poi la circostanza che Platone affermava che ognuno di noi è la metà di quello che era in origine, ovvero ognuno di noi è il simbolo di un uomo. Solo che simbolo significa mettere assieme non è invece il segno che praticamente rappresenta qualcosa come Una torre (segno fallico) o una caverna (segno femminile).
C’è qualcosa che manca per fare senso che possiede l’altra metà.
Ciò che ho ascoltato è riferito alle cose dell’amore e tutto quanto detto è quello che l’amore non è, e mi ha arricchito nella conoscenza della cultura Greca e della descrizione della passioni umane consce e inconsce. Nulla a che vedere con Paolo di Tarso e con il suo Inno all’amore dove invece ho trovato una descrizione molto vicina alla mia esperienza e sempre nulla a che vedere agli effetti dell’amore descritti nel Vangelo dalle Beatitudini.

Umberto Galimberti

Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. E’ allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio.
PLATONE, Simposio, 192 c-d

Perché un libro sull'amore? Perché, rispetto alle epoche che ci hanno preceduto, nell'età della tecnica l'amore ha cambiato radicalmente forma. Da un lato è diventato l'unico spazio in cui l'individuo può esprimere davvero se stesso, al di fuori dei ruoli che è costretto ad assumere in una società tecnicamente organizzata, dall'altro lato questo spazio, essendo l'unico in cui l'io può dispiegare se stesso e giocarsi la sua libertà fuori da qualsiasi regola e ordinamento precostituito, è diventato il luogo della radicalizzazione dell'individualismo, dove uomini e donne cercano nel tu il proprio io, e nella relazione non tanto il rapporto con l'altro, quanto la possibilità di realizzare il proprio sé profondo, che non trova più espressione in una società tecnicamente organizzata, che declina l'identità di ciascuno di noi nella sua idoneità e funzionalità al sistema di appartenenza.

Per effetto di questa strana combinazione, nella nostra epoca l'amore diventa indispensabile per la propria realizzazione come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella relazione d'amore, ciò che si cerca non è l'altro, ma, attraverso l'altro, la realizzazione di sé.

Nelle società tradizionali, da cui la tecnica ci ha emancipato, vi era poco spazio per le scelte del singolo e la ricerca della propria identità(...).

Oggi l'unione di due persone non è più condizionata dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza, o dal mantenimento e dall'ampliamento della propria condizione di privilegio sociale e di prestigio, ma è il frutto di una scelta individuale che avviene in nome dell'amore, sulla quale le condizioni economiche, le condizioni di classe o di ceto, la famiglia, lo Stato, il diritto, la Chiesa non hanno più influenza e non esercitano più alcun potere, sia in ordine al matrimonio dove due persone in completa autonomia si scelgono, sia in ordine alla separazione e al divorzio dove, in altrettanta autonomia, i due si congedano.


L'amore perde così tutti i suoi legami sociali e diventa un assoluto (solutus ab, sciolto da tutto), in cui ciascuno può liberare quel profondo se stesso che non può esprimere nei ruoli che occupa nell'ambito sociale (...).

L'amore diventa a questo punto la misura del senso della vita, e non ha altro fondamento che in se stesso, cioè negli individui che lo vivono, i quali, nell'amore, rifiutano il calcolo, l'interesse, il raggiungimento di uno scopo, persino la responsabilità che l'agire sociale richiede, per reperire quella spontaneità, sincerità, autenticità, intimità che nella società non è più possibile esprimere (...).

È come se l'amore reclamasse, contro la realtà regolata dalla razionalità tecnica, una propria realtà che consenta a ciascuno, attraverso la relazione con l'altro, di realizzare se stesso. E in primo piano, naturalmente, non c'è l'altro, ma se stesso. E questo di necessità, quindi al di fuori di ogni buona o cattiva volontà, perché a chi sente di vivere in una società che non gli concede alcun contatto autentico con il proprio sé, come si può negare di cercare nell'amore quel sé di cui ha bisogno per vivere e che altrove non reperisce?

Ma così l'amore si avvolge nel suo enigma: il desiderare, lo sperare, l'intravedere una possibilità di realizzazione per se stessi cozzano con la natura dell'amore che è essenzialmente relazione all'altro, dove i due smettono di impersonare ruoli, di compiere azioni orientate a uno scopo e, nella ricerca della propria autenticità, diventano qualcosa di diverso rispetto a ciò che erano prima della relazione, svelano l'uno all'altro diverse realtà, si creano vicendevolmente ex novo, cercando nel tu il proprio se stesso.

Se tutto ciò è vero, nell'età della tecnica, dove sembrano frantumati tutti i legami sociali, l'amore, più che una relazione all'altro, appare come un culto esasperato della soggettività, in perfetta coerenza con l'esasperato individualismo cui non cessa di educarci la nostra cultura, per la quale l'altro è solo un mezzo per l'accrescimento di sé (...).

L'amore non è ricerca della propria segreta soggettività, che non si riesce a reperire nel vivere sociale. Amore è piuttosto l'espropriazione della soggettività, è l'essere trascinato del soggetto oltre la sua identità, è il suo concedersi a questo trascinamento, perché solo l'altro può liberarci dal peso di una soggettività che non sa che fare di se stessa.

Che cos'è quel desiderarsi degli amanti, quel loro cercarsi e toccarsi se non un tentativo di violare i loro esseri nella speranza di accedere a quel vertice morale che è la comunicazione vera, al di là di quella finta comunicazione a cui ci obbliga la nostra cultura della funzionalità e dell'efficienza?

Per essere davvero il controaltare della tecnica e della ragione strumentale che la governa, amore non può essere la ricerca di sé che passa attraverso la strumentalizzazione dell'altro, ma deve essere un'incondizionata consegna di sé all'alterità che incrina la nostra identità, non per evadere dalla nostra solitudine, né per fondersi con l'identità dell'altro, ma per aprirla a ciò che noi non siamo, al nulla di noi (...).

Per questo diciamo che amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l'anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svegliati. Amore è violazione dell'integrità degli individui, è toccare con mano i limiti dell'uomo.

La cosa più difficile da trovare nei legami amorosi, è l'amore...


Tutta la religione della spontaneità, della libertà, della creatività, della sessualità gronda del peso del produttivismo; anche le funzioni vitali si presentano immediatamente come funzioni del sistema economico. La stessa nudità del corpo, che pretende di essere emancipata e progressista, lungi dal trovare la naturalezza al di là degli abiti, dei tabù, della moda, passa accanto al corpo come equivalente universale dello spettacolo delle merci, per scrivere i suoi segni univoci, che si evidenziano nel linguaggio dei bisogni indotti e dei desideri manipolati.Riferimento: La frase riportata è estrapolata dal cap IX "Amore e seduzione. La trasparenza delle vesti e l'inganno del desiderio" pag. 83.
È una frase che racchiude l'essenza della società consumistica in cui viviamo, dove la seduzione è utilizzata come mercificazione di una sovrastruttura l'immagine che può essere da tutti fruita e consumata e che sostituisce l'oggetto del desiderio. Tale oggetto, anche se posseduto, non ha valore perché la sessualità rende il corpo inespressivo, poiché la vera seduzione, come dice lo stesso autore, "... è possibile solo quando il corpo mantiene tutta la sua polivalenza di senso, e non si riduce a quel significato univoco che è il sesso, così come nella nostra cultura è stato codificato."
Il libro "Le cose dell'amore" inizia con una dedica "A Tatjana per ragioni che mi sono in parte note e in parte ignote" spiegata successivamente da un passo tratto dal "Simposio" di Platone che riporto in parte "Gli amanti che passano la vita insieme non sanno cosa vogliono l'uno dall'altro (...) l'anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire (...) come divinando da un fondo enigmatico e buio."
L'essenza dell'Amore Platonico - spesso interpretato arbitrariamente come un semplice idillio di due anime - viene ri-qualificato in molte opere di Umberto Eco e in questo libro, molto semplice e scorrevole, è evidenziato il suo totale annullamento nel mondo odierno, poiché la seduzione elude il desiderio e non consente di coglierne la trascendenza sottesa.


“…. L’amore non è possesso, perché il possesso non tende al bene dell’altro, ma solo al mantenimento della relazione che , lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella coscienza di sé, la sacrifica in cambio della sicurezza. Siamo in due, non sappiamo più chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare i mondo.”

Le cose dell'amore -
A differenza dell’animale l’uomo sa di dover morire. Questa consapevolezza lo obbliga al pensiero dell’ulteriorità che resta tale comunque la si pensi abitata: da Dio o dal nulla. Ciò fa del futuro l’incognita dell’uomo e la traccia nascosta della sua angoscia segreta. Non ci si angoscia per “questo” o per “quello”, ma per il nulla che ci precede e che ci attende. Ed essendoci il nulla all’ingresso e all’uscita della nostra vita, insopprimibile sorge la domanda che chiede il senso del nostro esistere. Un esistere per nulla o per Dio?
Ma qui siamo già nel repertorio delle risposte, delle argomentazioni, delle conversioni, delle disperazioni. Io vorrei trovare l’essenza dell’amore che, come vuole Norman Brown, “è toglimento di morte (a-mors)”, prima di queste domande e risposte, vorrei trovarla là dove l’uomo tende il suo urlo, anche sommesso, al di là dell’esistenza e chiede ascolto. Chiama questo ascolto Dio: ignoto Tu, che supplisce all’indifferenza della terra e delle macchinazioni che si compiono sulla terra.
Sembra, infatti, che il dialogo tra Io e Tu sia insoddisfacente, che gli spazi di silenzio e di incomprensione, al di là della buona volontà e delle buone intenzioni, esigano una comprensione superiore.
Sembra che la solitudine del cuore sia così abissale da non essere raggiunta da nessuna voce umana.
Sembra che l’intensità della passione non trovi corrispondenza nell’amore e nell’ira che gli uomini possono vicendevolmente scambiarsi.
Sembra che la solitudine non possa neppure costituirsi, e tanto meno un dialogo interiore, se l’altra parte non ha un volto sovrumano.
Sembra che la metafora dell’inconscio sia troppo povera per contenere quel patire che solo nei simboli religiosi trova l’altezza della sua iconografia.
Sembra che le vette della mente non sappiano perché si protendano verso il cielo, se il cielo è vuoto. E neppure perché l’esilio, a cui ci avvicina la disperazione, possa essere immaginabile senza un inferno che ce lo prefiguri come corrispondenza immaginifica dell’anima.
Nell’atmosfera creata da queste inquiete domande, tutte le parole che quotidianamente impieghiamo nel mondo rivelano la loro afasia. E allora solo l’amore, con la vibrazione delle sue folgorazioni, può favorire quel cedimento della mente che è necessario, perché la roccaforte della ragione, a differenza del cuore, è incapace di sfiorare la verità senza possederla. Infatti, come scrive il teologo greco-ortodosso Christos Yannaras:

Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Tale piena della vita è l’eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose. Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui.


© Feltrinelli

In breve

L’eros declinato in tutte le sue “figure”. L’attrazione, il corteggiamento, la seduzione, il tradimento, la separazione, la solitudine, l’onanismo. Gli “enigmi dell’amore” rivisitati, alla luce del tempo che chiamiamo nostro, da un grande filosofo morale.


Il libro
“Quando dico ‘ti amo’ che cosa sto dicendo di preciso? E soprattutto chi parla? Il mio desiderio, la mia idealizzazione, la mia dipendenza, il mio eccesso, la mia follia? E come si trasforma questa parola quando il desiderio si satura, l’idealizzazione delude, la dipendenza si emancipa, l’eccesso si riduce, la follia si estingue? Non c’è parola più equivoca di ‘amore’ e più intrecciata a tutte quelle altre parole che, per la logica, sono la sua negazione. Tutti, chi più chi meno, abbiamo fatto esperienza che l’amore si nutre di novità, mistero e pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e la familiarità. Nasce dall’idealizzazione della persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto privo di passione o nell’amarezza della disillusione. Qui Freud ci pone una domanda: ‘Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza?’.” Umberto Galimberti ci consegna un volume (che in parte raccoglie suoi articoli pubblicati dal quotidiano “la Repubblica”) in cui l’acutezza del pensiero penetra i meandri del sentimento e del desiderio e il lettore morale registra i mutamenti intervenuti nella modalità di vivere (e patire) le dinamiche dell’attrazione, il patto con l’amato/a, la trama di autenticità e menzogna del rapporto amoroso, i percorsi del piacere (dall’onanismo alla perversione). Sullo sfondo si muove, come un fantasma, continuamente evocato e rimosso, quello che propriamente o impropriamente gli uomini non smettono di chiamare amore.

Dal primo capitolo
A differenza dell’animale l’uomo sa di dover morire. Questa consapevolezza lo obbliga al pensiero dell’ulteriorità che resta tale comunque la si pensi abitata: da Dio o dal nulla. Ciò fa del futuro l’incognita dell’uomo e la traccia nascosta della sua angoscia segreta. Non ci si angoscia per "questo" o per "quello", ma per il nulla che ci precede e che ci attende. Ed essendoci il nulla all’ingresso e all’uscita della nostra vita, insopprimibile sorge la domanda che chiede il senso del nostro esistere. Un esistere per nulla o per Dio?
Ma qui siamo già nel repertorio delle risposte, delle argomentazioni, delle conversioni, delle disperazioni. Io vorrei trovare l’essenza dell’amore che, come vuole Norman Brown, "è toglimento di morte (a-mors)", prima di queste domande e risposte, vorrei trovarla là dove l’uomo tende il suo urlo, anche sommesso, al di là dell’esistenza e chiede ascolto. Chiama questo ascolto Dio: ignoto Tu, che supplisce all’indifferenza della terra e delle macchinazioni che si compiono sulla terra.
Sembra, infatti, che il dialogo tra Io e Tu sia insoddisfacente, che gli spazi di silenzio e di incomprensione, al di là della buona volontà e delle buone intenzioni, esigano una comprensione superiore.
Sembra che la solitudine del cuore sia così abissale da non essere raggiunta da nessuna voce umana.
Sembra che l’intensità della passione non trovi corrispondenza nell’amore e nell’ira che gli uomini possono vicendevolmente scambiarsi.
Sembra che la solitudine non possa neppure costituirsi, e tanto meno un dialogo interiore, se l’altra parte non ha un volto sovrumano.
Sembra che la metafora dell’inconscio sia troppo povera per contenere quel patire che solo nei simboli religiosi trova l’altezza della sua iconografia.
Sembra che le vette della mente non sappiano perché si protendano verso il cielo, se il cielo è vuoto. E neppure perché l’esilio, a cui ci avvicina la disperazione, possa essere immaginabile senza un inferno che ce lo prefiguri come corrispondenza immaginifica dell’anima.
Nell’atmosfera creata da queste inquiete domande, tutte le parole che quotidianamente impieghiamo nel mondo rivelano la loro afasia. E allora solo l’amore, con la vibrazione delle sue folgorazioni, può favorire quel cedimento della mente che è necessario, perché la roccaforte della ragione, a differenza del cuore, è incapace di sfiorare la verità senza possederla. Infatti, come scrive il filosofo greco-ortodosso Christos Yannaras:
”Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Tale piena della vita è l’eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose. Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi al tuo Dio e perché corri dietro di Lui”.
(Umberto Galimberti, “Le cose dell’amore”, Feltrinelli Editore)