sabato 25 ottobre 2008

Per poter gustare la bellezza della luce del cerino c’è necessità che non ci sia il sole!


Per poter gustare la bellezza della luce del cerino c’è necessità che non ci sia il sole!
di Antonio Bruno

Ieri sera presso l’Auditorium della Biblioteca Provinciale ho avuto la meraviglia che ha attraversato lo spazio della mia vita e ne ha fermato il tempo. Ho ascoltato il Prof. Raffaele De Giorni, preside della Facoltà di Giurisprudenza del nostro Ateneo e che nello stesso tempo dirige il "Centro di studi sul rischio", costruito su un progetto elaborato con Niklas Luhmann. e squisito ospite e traduttore di Michael Kempe che ha parlato in tedesco della Germania e dell’Italia nella prospettiva dell’Europa.
Il Prof. Raffaele De Giorni ha scritto con Niklas Luhmann Teoria della società e parla di Niklas Luhmann del suo maestro. E’ bello ascoltare quest’uomo che ricorda il rito mattutino del metter a posto il letto con una madre che a un certo punto imponeva per un determinato tempo il “parlare in italiano” al posto del dialetto, il Prof. Raffaele De Giorni rimpiange la scomparsa di quell’uomo che oggi riuscirebbe a penetrare e sconvolgere i paradossi della nostra società, gli infiniti paradossi come quella sera in un consesso internazionale quando il Prof. Raffaele De Giorni traduceva il Prof. Niklas Luhmann e siccome aveva il mal di testa aveva la preoccupazione di non essere adeguato e la confessò al suo maestro che con un sorriso gli replicò: “ Non ti preoccupare Raffale tanto qui nessuno dei presenti ha compreso nulla di quello che ho detto” . Il Prof. Raffaele De Giorni applica la sua teoria della Società alla politica che corre dietro alle conseguenze delle decisioni che ha preso, in conseguenza prende delle decisioni che la costringeranno in seguito a prendere altre decisioni per correrle successivamente dietro. Insomma l’osservatore che osserva chi a sua volta è osservatore di chi osserva in una struttura circolare delle decisioni da cui derivano conseguenze che determinano ulteriori decisioni.
Il Prof. Raffaele De Giorni mi rivela che proporre un tema per poi dire che non è il tema è riformulare sempre lo stesso tema. Sempre questa splendida raffinata mente che mi suggestiona con l’affermazione che POPOLO è una costruzione semantica vuota. E poi lo splendore assoluto della frase: “Ciò che ha realtà è il sistema giuridico!”.
Che accade per la formazione delle dirigenze politiche? Me lo svela ancora lui affermando che il popolo è preso utilizzato mandato a votare e poi lasciato in disparte. Ma non vota il popolo! Vota il singolo! E anche qui c’è da dire che il singolo c’è modo di manipolarlo e determinare i risultati delle elezioni che sempre sono prevedibili.
E poi prende in prestito da Bertolt Brecht la soluzione finale che recita: L’associazione scrittori si è riunita e ha fatto un manifesto in cui comunica: Il popolo che ha perduto la fiducia dei governanti! Si avverte il popolo che se desidera avere ancora la fiducia da parte dei governanti allora deve essere laborioso, non commettere reati e indirizzare tutti gli sforzi per far crescere la nazione. Ma qualcuno si è chiesto: NON CI PUO’ ESSERE UN’ALTRA SOLUZIONE? Si! I Governanti si possono scegliere un altro popolo.
E poi gli stereotipi che accecano e impediscono di vedere l’altro e la realtà come quello degli italiani e dei tedesci, ma non esistono questi stereotipi. E poi l’altra FOLLIA della CASUALITA? Per cui tutti siamo li a fare progetti e a iniziare realizzazioni da cui ci aspettiamo che venga fuori ciò che la nostra azione progettuale e realizzazione esecutiva prevede. FOLLIA! Non è reale! Noi facciamo progetti e qui il Prof. Raffaele De Giorni raggiunge le vette del pensiero che arriva alla poesia “ACCADE QUEL CHE ACCADE!” tautologia spiegata con le parole di un poeta!
Con l’Europa c’è lo stesso identico percorso causale, poi spiega l’idea di storia universale che non vede differenze tra realtà geografica e circolazione delle persone umane e delle merci ovvero la storia delle persone umane! Spiega società. Si! La sola e unica società è composta da tutte le persone umane! Tutte a qualunque latitudine o longitudine si trovino!
Cita NICE! L’idea del mondo è un’imprecazione cristiana è il confine del nostro non sapere.
Il mondo e il diritto dell’ospitalità universale! L’unica società possibile è il mondo! Ma la cosa a cui bisogna prestare attenzione è quella che ci vede tutti interessati a quello che accade in Cina o adesso in USA per le presidenziali, oppure in Tibet! Tutto influenza tutti, quello che accade a migliaia di chilometri di distanza influenza la mia vita e la tua vita e tutti dipendiamo da tutti!
C’è in prodursi di universalità continua e di comunicazione e tutto AVVIENE NEL PRESENTE, QUI ORA, MENTRE MI STAI LEGGENDO! Questa presenza Universale ingloba le differenze e nello stesso tempo crea le differenze.
Poi dice dei sistemi che sopravvivono grazie alla memoria, si badi la memoria non è ricordo è invece “un dimenticare selettivo” !
Nega l’esistenza della trasformazione! E’ una forma di consolazione quelle idee di trasformazione che circolano. I sistemi possono trasformare se stessi attraverso la memoria di se intesa come “un dimenticare selettivo”. Ma c’è una zavorra della memoria che non si riesce a selezionare per dimenticare che fa DA IMPEDIMENTO! Ma anche l’impedimento ha una funzione!
Ma basta guardarsi intorno nella nostra Europa per osservare che FUNZIONI che dovrebbero essere europeizzate sono invece statalizzate per ridurre l’EUROPA a una funzione di assistenza!
Eppure dovrebbe funzionare anche in questo la memoria che dovrebbe avere la funzione di RIDURRE LA RESITENZA DEGLI IMPEDIMENTI.
Come l’identità! Ma cos’è questo concetto che poi è pericoloso? Non c’è nessun sistema uguale a se stesso e quindi in grado di esprimere identità che appunto significa uguale a se stesso! Come banalmente nessuna persona umana è identica a un altra persona umana. Quindi la PERICOLOSITA’ DELL’IDENTITA’ STA NEL RIPRODURRE LA DIFFERENZA RISPETTO ALL’ALTRO.
Sono rimasto senza fiato! Poi mi sono avvicinato a quest’uomo buono e l’ho ringraziato per le suggestioni che mi ha donato! Mi scuso se non riferisco della magnifica relazione del Prof. Kempe ma per spiegare ciò che mi è accaduto devo parlare del sole e del cerino: entrambi fanno luce ma per poter gustare la bellezza della luce del cerino c’è necessità che non ci sia il sole!


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mercoledì 22 ottobre 2008

LA SITA ovvero la Melagrana: In bocca il sapore aspro del seme in contrasto con la dolcezza del frutto.

LA SITA ovvero la Melagrana: In bocca il sapore aspro del seme in contrasto con la dolcezza del frutto.
LA SITA ovvero la Melagrana: In bocca il sapore aspro del seme in contrasto con la dolcezza del frutto.di Antonio Bruno Sono dovuto andare a Sannicola (LE) per un impegno professionale e dopo che la piazza grandissima meravigliosa e rettangolare di quella cittadina mi ha svelato un monumento che è indicato da un mosaico sono tornato verso Lecce.Il mio sguardo si è fermato all’uscio di un garage, c’era una cassetta di legno, quella che si utilizza per la frutta, piena di melagrane.Mi sono fermato e ho acquistato un chilo di quella sfolgorante bellezza. Una forma e dei colori che non lasciano spazio alla fantasia, c’è solo la contemplazione che prende il sopravvento.Poi percorrendo la strada che da San Cesario di Lecce porta a Cavallino, passato il passaggio a livello, ho notato alberi di melograno e di cotogno che spuntavano da un muro di cinta e poi di ritorno uno splendido esemplare nel giardino della vecchia distilleria Pistilli.I miei ricordi del melograno sono collegati alla campagna e al giardino della Masseria. In quella magnificenza di specie, varietà e colori, vicino all’alto muro a secco posto a difesa di quello scrigno sempre traboccante di frutta, c’era a mò di siepe una serie di piante di melograno che svettavano superando l’altezza della difesa.Poi due mani materne che sbucciano quel frutto e un piatto bianco di latta che contiene le piccole gemme di colore tra il rosa e il rosso. In bocca il sapore aspro del seme in contrasto con la dolcezza del frutto. L’attenzione riposta a succhiarne il dolce nettare imponeva delicatezza nell’affondare i denti lasciando poi alla lingua e la palato il compito di suggere quel succo vermiglio.Le “site” così si chiamano a San Cesario di Lecce. La melagrana nel mio paesello microscopico si chiama “SITA”ma il suo nome scientifico è punica granatum, è una pianta originaria della Persia ma è naturalizzato nell’intero bacino del Mediterraneo. Il melograno può essere coltivato in piena terra solo nelle località dove la temperatura non scende al di sotto dei -10° C., si adatta a qualsiasi tipo di terreno, predilige l’esposizione al sole. I fiori, rosso-scarlatto, sbocciano da Maggio a Luglio. Il frutto è una grossa bacca, coriacea, di colore giallo-arancione, con all’interno da sette a quindici cavità contenenti i semi che presentano riflessi rosati e sono avvolti da una polpa dolce e trasparente. I frutti sono ricchi di vitamine A e C. -------------------------------------------
Il Melograno è un frutto simbolico, è bello leggere e fare leggere di questo frutto affinché la prosperità che esso principalmente rappresenta ci accompagni e sia di buon augurio a tutti. Il melograno è un albero leggendario, sinonimo da millenni di fertilità per tutte le culture che si sono lasciate sedurre dai suoi frutti, ricchi di semi dall’accattivante colore rosso ed espressione dell’esuberanza della vita. Il suo frutto è stato rappresentato fin dall’antichità solo o tra le mani di divinità per le quali era sacro. Più tardi lo troviamo posto nella mano di Gesù Bambino alludendo alla nuova vita da lui donataci oppure nelle mani della Madonna (famosissima quella di Botticelli). Nell’arte copta si incontra, invece, l’albero del melograno come simbolo di resurrezione. Le leggende, le tradizioni ed i simbolismi collegati al melograno sono tanti quanti i suoi semi!Simbolo universale dell’eros, della fertilità, della prosperità, della fortuna, ma anche dell’Aldilà, cantato da Omero, narrato da Salomone e da Shakespeare, fatto diventare leggenda dai romani, raffigurato in numerosi quadri, ha dato anche il suo nome ad una famosa città spagnola, Granata, dopo che nell’800 d.C. i Mauretani lo trasportarono nella penisola Iberica. Nell’antica Grecia secondo la leggenda fu Afrodite che impiantò per prima quest’albero a Cipro. Ma il più antico mito della Grecia che lo riguarda è quello che lo associa ad Orione, che era la più grande e luminosa costellazione e che si diceva fosse un’enorme γίγας (figura gigantesca), figlio della terra e famosissimo per la sua bellezza. Si narra che avesse sposato Side, ma che non fosse stato fortunato nella scelta, poiché lei era così vanitosa da credere di essere più bella anche di Era, la dea per questo la punì scaraventandola nell’Ade, ove si trasformò in melograno. Durante le feste in onore della dea Demetra, le θεσμοφόρια (Thesmophoria), le ateniesi mangiavano i semi luccicanti del frutto per conquistare la fertilità e la prosperità, mentre i sacerdoti erano incoronati con rami di melograno, ma non potevano mangiarne il frutto in quanto, come simbolo di fertilità, aveva la proprietà di far scendere l’anima nella carne. In base ad un altro mito, per volontà delle Erinni, un melograno fiorì sulla tomba di Polinice, i cui frutti quando venivano aperti colavano sangue. L’albero, infine, che fiorì dal sangue di Dioniso era proprio un melograno. Il melograno era considerato sacro in molte altre civiltà. In alcuni riti funebri Egizi sembra si utilizzassero proprio i frutti ed i semi, di cui si è trovata traccia in numerose tombe, tra cui quella di Ramses IV. Anche per gli ebrei è un simbolo di fratellanza, abbondanza e prosperità: i puntali delle colonne del Tempio erano, non a caso, a forma di rimonim (melograno in ebraico).Anche nella lontana Cina viene consumata dai neosposi la prima notte di nozze per “benedire” il matrimonio; le spose turche la lanciano a terra, perché così avranno tanti figli quanti sono i chicchi che saranno usciti dal frutto. La melagrana è il frutto del melograno, pianta arbustiva e spinosa delle punicacee (dal latino punicum = cartaginese, perché Plinio ritenendola erroneamente di origine africana la chiamava “melo cartaginese”), originaria delle regioni dell’Iran e del nord dell’India e da sempre ampiamente coltivata nel bacino del Mediterraneo. Il nome dell’albero e quello del frutto derivano, sempre dal latino, da malum = mela ed garantum = con grani. Il suo nome scientifico è Punica granatum e fa riferimento all’origine Medio Orientale del frutto, nonché alla presenza dei suddetti grani. In greco la melagrana è detta ρόδι (rodi), che è una parola composita che deriva da ροή e δήναμη, cioè “lo scorrere della forza dell’universo”.Portata nel Mediterraneo dai mercanti Fenici millenni fa, viene considerata, assieme alla mela cotogna ed all’uva, uno dei più antichi frutti coltivati. Durante l’antichità veniva usato in polvere come medicinale o come tintura. I greci aromatizzavano con questa polvere i loro vini rossi, mentre i romani seccavano la sua buccia per conciare la pelle. Nella cucina i semi erano usati crudi e cotti in moltissimi piatti, ma si utilizzava moltissimo anche il loro succo. Apicio consigliava, per la loro conservazione, di immergerle in acqua bollente per pochi secondi e di appenderle. Nella Bibbia si parla esplicitamente di “mosto di melagrana”, il che induce a credere che gli Ebrei utilizzassero il succo dei granelli facendolo fermentare. Gli Egizi consideravano la bevanda ottenuta dal succo ricavato dai frutti maturi una vera prelibatezza. Maometto, in un verso del corano dice: “mangia melagrana in quanto purifica il corpo dalla gelosia e dall’odio”. Delle sue proprietà terapeutiche hanno parlato Omero, Teofrasto, Dioscuro, Plinio ed Ippocrate. Quest’ultimo consigliava succo di melagrana come bevanda afrodisiaca e contro i bruciori dello stomaco. Dioscuro e Plinio, invece, consigliavano una tisana a base di buccia e radice di melagrana per eliminare i parassiti dell’intestino. Raccomandavano, inoltre, radici essiccate bollite, come tisana per patologie ginecologiche. Secondo la medicina persiana, le tisane fatte con i fiori rossi del melograno potevano curare i forti dolori dello stomaco ed il succo mescolato ad olio di oliva poteva far scomparire le macchie cutanee. Per gli Egizi il succo ottenuto dai frutti acerbi era considerato un ottimo astringente. I suddetti miti ed esempi dimostrano che in diverse civiltà il melograno godeva di un particolare riguardo e rispetto e la medicina attuale dimostra che la sapienza degli antichi aveva delle basi veritiere. Oggi sappiamo, infatti, che la melagrana è ricca in vitamine A, C ed E, in ferro, potassio, sostanze antiossidanti e polifenoli. La concentrazione di queste sostanze benefiche è tre volte superiore a quelle del vino rosso e del The verde. Oggi viene utilizzato in cucina sia crudo, sia come succo, sia come concentrato di sciroppo, conosciuto come granadina. I suoi chicchi sono usati nelle insalate, come decorazione, oppure per aromatizzare l’aceto bianco che può servire da condimento per insalate o per marinare la carne bianca. Il modo più facile per aprire il frutto è quello di tagliare le due estremità e di fare un’incisione perpendicolare da un’estremità all’altra ed asportare la buccia. Ci sono, inoltre, molti modi per raccogliere il succo. Il più semplice è quello di tagliarla a metà e di spremerla come fosse un limone, ma in questo modo i chicchi più gialli conferiranno al succo un sapore amaro, per questo consiglierei di sbucciarla nel modo suddetto, raccogliere i chicchi più rossi, metterli in una bustina e pigiarli con il palmo della mano. Una grande melagrana vi darà mezza tazza di succo. E’ il simbolo dell’amore ardente. Il Melograno è un albero leggendario: era sacro a Cerere, Demetra, Giunone, Persefone,Dioniso; le spose romane intrecciavano rametti di melograno fra i capelli. Era considerato anche “il cibo dei morti”, Ade lo fece mangiare alla sposa, sapendo che poi non avrebbe più potuto soggiornare per sempre nel regno dei vivi.Il mito di Persefone narra che Ade la rapì con il consenso di Giove. Ade rivendicava la supremazia del suo mondo sotterraneo: isolato, separato, silenzioso.Persefone fu rapita mentre in un prato guardava un fiore di Narciso. Stava per coglierlo. Allora la terra si squarciò e apparve la quadriga di Ade, la fanciulla fu rapita dall’invisibile verso l’invisibile. Persefone, la fanciulla, fu rapita mentre guardava il giallo del narciso. Perché questo fiore giallo che adorna allo stesso tempo le ghirlande di Eros e dei morti è così prodigioso? Cosa lo differenzia dagli altri fiori? Narciso è l nome di un giovane che si perse nel guardare se stesso. Così Persefone, la Core, era sulla soglia di uno sguardo in cui avrebbe vista se stessa. Stava stendendo la mano per cogliere quello sguardo quando fu colta da Ade. Per un attimo, lo sguardo di Persefone dovette distogliersi dal narciso e incontrarsi con l’occhio di Ade. Persefone vide se stessa nella pupilla di Ade. La pupilla diventa il tramite unico della conoscenza di se stesso, è la parte dell’occhio che vede ma anche quella che chi guarda incontra, nell’occhio dell’altro, “il simulacro di chi guarda”. Core riconobbe nell’occhio che guarda se stesso l’occhio di un invisibile altro. Varcò in quel momento la soglia che già stava per varcare mentre guardava il narciso. Era la soglia di Eleusi.Con la richiesta, da parte di Ade al fratello Zeus, di una donna viva si era squilibrato l’ordine che consegnava i morti a una sopravvivenza vacua, inerte, senza scopo. Ade vuole Persefone come sposa, una vivente seduta sul trono accanto a lui.Demetra, si sentiva tradita da Zeus, le era stata porta via la figlia ed ora sedeva, avvolta nel suo manto, nel tempio di Eleusi, ed aspettava che gli uomini morissero di inedia, non più sacrifici per gli dei, la terra non produceva più frutti, questa era la vendetta di Demetra. Riavere sua figlia, questo è quanto chiedeva per mettere fine alla carestia. Hermes si presentò davanti a Ade e Persefone per riportare la richiesta di Demetra: “vedere con gli occhi sua figlia”. Ade accennò un sorriso, era il sorriso di colui che sa, e segnala con quel lieve cenno la distanza da tutto ciò che avviene. Nessuno avrebbe potuto togliere Persefone se non per qualche tempo: e la morte ha sempre tempo. Gli dei avevano mandato per convincerlo il più intelligente tra loro, segno che lo temevano. Ade acconsentì che persefone tornasse da sua madre. Prima di lasciarla partire le offri tre chicchi del frutto del melograno. Persefone partì sul cocchio guidato da Hermes. Giunta al cospetto della madre, questa le chiese se avesse mai mangiato quando era nell’Ade, allora ella ricordò dei tre chicchi di melagrana, quel sapore dolce e asprigno, che ancora, come una lontana memoria, le impregnava la saliva. Demetra spiegò alla figlia le conseguenze dei tre chicchi di melagrana: ogni anno per una metà dell’anno sarebbe tornata ad essere la sposa di Ade. Molte sono le leggende legate al melograno: Sono di legno di melograno le verghe dei rabdomanti; ed ancora le verghe di quegli specialisti che si dedicano alla ricerca di tesori, ma per questi ultimi è anche necessario che conoscano le precise formule magiche, ed i rituali adatti per il ritrovamento. I contadini — per avere più frutti — accendevano della paglia umida sotto l'albero, in modo che il fumo potesse investire tutta la chioma; questa operazione — pena la nullità — andava fatta nella fatidica notte di San Giovanni.Una melograna aperta sul letto di un neonato manteneva lontani gli spiriti maligni perché si attardavano a contarne i chicchi. Alcuni studiosi sostengono che il “romano”, cioè il contrappeso della stadera (nelle bilance antiche) prenda il nome da questo frutto (ricordiamo che in Portoghese Roman significa Melograno) e per questo viene associato anche alla giustizia e all’equilibrio. Come tutti i frutti ricchi di acini o chicchi, viene anche associato alla ricchezza. Gli usi tradizionali del melograno hanno radici molto antiche. Anticamente, infatti, il melograno era prescritto come antielmintico, antinfiammatorio e per combattere i casi di diarrea cronica. La medicina antica faceva, inoltre, distinzione tra il melograno ricavato dal frutto acerbo e quello tratto dal frutto maturo. Il primo aveva proprietà antielmintiche e antipiretiche, il secondo come sedativo della tosse. Le numerose proprietà benefiche attribuite dalla tradizione popolare al melograno sono state successivamente confermate dalla medicina ufficiale, la quale ha inoltre individuato altre interessanti potenzialità terapeutiche di questa pianta. Una ricerca condotta in Israele da Michael Aviram, biochimico al Lipid research laboratory del Medical center Rambam di Haifa, ha scoperto che questo frutto ha delle proprietà terapeutiche, e svolge azioni antitumorali, perché è ricco di flavonoidi, antiossidanti che proteggono il cuore e le arterie. Il succo di melograno, secondo la ricerca, è addirittura tossico nei confronti delle cellule cancerose. Il melograno è infatti una ricca fonte di acido ellagico, una sostanza recentemente individuata contenuta anche nei lamponi, nelle fragole, nelle noci. L'acido ellagico, secondo l’Istituto del Cancro della Università della Sud Carolina, induce la morte delle cellule cancerose. Il melograno, così come alimenti come vino rosso, liquirizia, zenzero, olio di oliva, contiene i flavonoidi, sostanze in grado di rallentare i processi, tra cui quello ossidativo, alla base dell’aterosclerosi ed altre malattie cardiovascolari.Una nuova ricerca pare aggiungere un’altra proprietà al succo di melograno. Il frutto potrebbe aiutare le donne a combattere alcuni disturbi della menopausa, come la depressione e la fragilita' ossea. Negli uomini affetti da tumore della prostata recidivante l’assunzione di circa 200 ml di succo di melograno al giorno allunga significativamente il tempo necessario per fare aumentare i livelli di PSA (antigene specifico prostatico), secondo una ricerca presentata all’incontro annuale della American Urological Association, tenutosi a San Antonio (USA). Il succo di melograno contiene una serie di antiossidanti che sono considerati anticancerogeni. Inoltre, contiene sostanze simil-estrogeniche chiamate fitoestrogeni, che potrebbero essere utili nel contrastare il cancro della prostata. Basandosi su risultati incoraggianti realizzati su culture cellulari e modelli animali di cancro della prostata, gli autori della ricerca hanno deciso di condurre uno studio clinico che ha coinvolto 48 uomini con livelli di PSA in aumento, dopo che erano stati operati e irradiati in seguito alla scoperta del tumore. Prima dell’assunzione del succo di melograno, nei pazienti la media del tempo di raddoppiamento dei livelli di PSA (un segno di attività tumorale) era di 15 mesi, mentre durante il trattamento con il succo è salito a 37 mesi. Praticamente, un aumento di due anni del tempo di raddoppiamento. Il succo di melograno è stato ben tollerato e non ha causato effetti indesiderati.
Ricette
IL SEGRETO DEL SULTANO (zuppa al succo di melagrana)
La ricetta si chiama “Il segreto del sultano”. Questa ricetta dimostra che la melagrana è un ingrediente prezioso, con immense possibilità per un cuoco che sa osare e che questo piatto può costituire un’introduzione spettacolare in un menù classico, oppure una proposta audace per una cena. Il nome della ricetta è originale e di provenienza Medio Orientale.
Ingredienti: 500 gr di carne macinata magra di agnello, 2 tazze di succo di melagrana, 1 e ½ tazza di brodo di carne, ½ cucchiaino di chiodi di garofano in polvere, ½ cucchiaino di pepe nero macinato fresco, ½ cucchiaino di curcuma, 1 cucchiaino di sale, 1 cucchiaio di foglie di menta finemente tritate, 1 tazza di prezzemolo finemente tritato, 1 cipolla media finemente tritata, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva.
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Mescolate bene la carne macinata con il sale, il pepe, i chiodi di garofano e la curcuma e lavoratelo con le mani. Formate delle piccole e sode polpette. In un tegame riscaldate l’olio e fate soffriggere leggermente la cipolla, il prezzemolo e la menta. Aggiungete le polpette e lasciatele finché non prendano un bel colore, mescolando di tanto in tanto delicatamente. Versate il succo di melagrana ed alla fine il brodo. Coprite il tegame e lasciate bollire a fuoco basso per mezz’ora. Servite caldo.
Cocktail di melagraneIngredienti:2 bicchieri di champagne (o spumante)succo di 4 melagrane (da spremere con lo spremiagrumi e poi filtrare)1/3 di bicchiere di sciroppa alla fragolaghiaccio q.b.Porre nello shaker il succo delle melagrane, lo sciroppo alla fragola e qualche cubetto di ghiaccio. Versare nei bicchieri ed aggiungere lo champagne.
Bruschetta alle melagraneIngredienti:2 melagrane250 gr. di porciniolio, sale, pepe e pane q.b.In una terrina, fate una salsa composta di olio, sale e pepe.Bagnate le fette di pane, che devono essere alte un paio di centimetri, con questa salsa e abbrustolitele. A parte, in una terrina, ponete i funghi tagliati a fette e i chicchi di melagrane, e condite con sale e pepe e un po’ d’olio. Condite le fette di pane ancora calde con questo composto, e servite.
Risotto alle melagraneIngredienti:200 gr. di riso1 melagrana30 gr di pancetta1 cipolla1/3 di bicchiere di vino biancobrodo vegetale q.b.olio, sale, pepe, parmigiano q.b.Rosolare la cipolla in un tegame, aggiungere lo speck e farlo rosolare per bene, aggiungere il riso. Bagnate con il vino bianco e fate sfumare a fiamma viva. Aggiungere a poco a poco il brodo vegetale, ogni qualvolta l ‘acqua viene assorbita dal riso. A fine cottura aggiungete i chicchi della melagrana, il parmigiano e il pepe. Per chi vuole un risotto più ricco, può aggiungere una noce di burro. Servite caldo.
Pollo in salsa di melagranaIngredienti:6 fette di petto di pollo500 gr. di trito di pancetta200 gr. trito di prosciutto100 gr. di mollica2 melagrane1 arancia1 bicchiere di vinoolio, sale, pepe, salvia e rosmarino q.b.Amalgamare il trito di prosciutto, il trito di pancetta, la mollica, il succo d’arancia (quantità a piacere), un po’ di sale e un po’ di pepe. Mettete il composto nel mezzo delle fettine di pollo e avvolgete, a mo di involtino. Ponete su un tegame con un po’ d’olio, la salvia e il rosmarino. Sfumate con un bicchiere di vino bianco e lasciate rosolare fino a cottura. A cottura quasi ultimata, aggiungete i chicchi delle melagrane. Servite caldi.
Crostata alle melagraneIngredienti:3 melagrane
Per la pasta frolla500 gr di farina200 gr di margarina200 gr di zucchero a velo1 pizzico di bicarbonato1 pizzico di vaniglia100 gr di latte25 gr di marmellataImpastate il tutto a mani nude, fino ad ottenere un composto abbastanza solido.
Per la crema pasticcera4 uova100 gr di zucchero75 gr di farina500 gr di lattevaniglia e ½ scorza di limoneScaldate il latte con un po’ di vaniglia e il limone. Aggiungete lentamente le uova precedentemente miscelate con le fruste con lo zucchero, la farina e una piccola quantità di latte tiepido, e mescolate, fino a che non si addensa. La fiamma deve essere bassissima per tutto il tempo di cottura.
Per la gelatina500 gr. di melagrane1 scorza di arancia grattugiatazucchero q.b.Prelevate i chicchi dalle melagrane e frullateli.Filtrate il succo, pesatelo e ponetelo in un pentolino con eguale quantità di zucchero, e la scorza di arancia. Ponete il tutto sul fuoco, e fate cucinare fino ad addensamento del composto. Se vogliamo conservarla, versare nei vasetti sterili, tappare e capovolgere per 5 minuti.
Prendete la teglia in cui cuocerete la crostata.Prendete una striscia di carta forno e bagnatela con un po’ d’acqua, in modo che diventi più malleabile e aderisca meglio alla teglia. Stendete la pasta frolla su un ripiano con un matterello e ricavate un disco (dello stesso diametro della teglia) abbastanza sottile. Stendetela sulla teglia. Con il resto della pasta frolla, ricavate un cilindro della lunghezza del diametro della vostra crostata e ponetelo ai bordi del disco precedentemente preratato e riposto, facendo una lieve pressione. Con una forchetta, punzecchiate la base della crostata in modo che, in tempo di cottura, non si creino bolle nell’impasto. Infornare per circa 20 minuti a 200°.
Appena è pronta, fate raffreddare e versate la crema pasticcera. Ricoprite di chicchi di melagrane e poi spennellate con la gelatina.


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postato da: antoniobruno alle ore 05:30
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lunedì 20 ottobre 2008

Carrubo: si adatta anche ai terreni più difficili e ha uno spirito di tenacia e perseveranza.

Carrubo: si adatta anche ai terreni più difficili e ha uno spirito di tenacia e perseveranza.
di Antonio Bruno

Siamo passeggeri a bordo della stessa nave, la terra, e non dobbiamo
permettere che faccia naufragio.
(Michail Gorbaciov)


Il verde urbano è uno degli elementi dell’ambiente e deve essere in relazione con il paesaggio. Per migliorare la qualità della vita delle nostre cittadine è fondamentale che si sviluppi il verde urbano è questo è un auspicio anche della Carta di Aalborg.
C’è una disciplina che si interessa del verde urbano e che in Inghilterra si chiama urban forestry (letteralmente “forestazione urbana”), l’area verde sono un oasi di ruralità nell’ambito urbano in pratica è un inserimento della bellezza e pace che ispira il paesaggio rurale all’interno di un “arido urbano”.
Una parte significativa di verde all’interno di una città o paese è quello scolastico che deve essere sia un polmone verde per la scuola che una fonte di osservazione naturalistica per i nostri ragazzi che in questo modo possono conoscere il mondo vegetale.
Sarebbe opportuno che in ogni nostro paese e quindi anche a San Cesario di Lecce si realizzasse un orto urbano (oltreoceano si parla di urban agricolture) per favorire un movimento della riscoperta di un agricoltura self-made tale agricoltura darebbe alle città e ai paesi come beneficio l’evapotraspirazione che consente una sensibile mitigazione della temperatura estiva.
Tutto questo è ancora più urgente per favorire il processo di consapevolezza di cibi sani e genuini che derivano dal nostro territorio. Questa consapevolezza potrebbe essere propedeutica a un consumo consapevole a chilometri zero poiché siamo favoriti dal clima grazie al quale non è difficile l’ottenimento di produzioni agroalimentari da primato in tutte le stagioni.
La Bibbia racconta che il Figlio Prodigo mangiava solo Carrube ritornando alla casa paterna e ovunque si richiama al Carrubo il Pane di San Giovanni, poiché dice la leggenda che il Battista non prendeva altro alimento che il frutto di questo albero. A chi gli chiese il perché, rispose che quell'albero, essendo lunare, andava nella sua evoluzione a trasformarsi in solare, del quale era simbolo il Battesimo e la Redenzione.
La Terra di Lecce è una porzione di territorio ricco di panorami paesaggistici stupendi ed incantevoli. In questa terra cultura, natura e tradizioni sono gli ingredienti di un risultato gustoso di bellezza. Ancora oggi se guardiamo i posti della terra di Lecce possiamo gustarne l’inviolata rusticità che in alcuni tratti sfiora le vette della natura incontaminata e selvatica.
Una porzione di selvatico può essere ammirata a San Cesario di Lecce nella Piazza principale del paese dove sono stati piantati due magnifici alberi di Carrubo.
Siccome trovo in questa pianta molte similitudini con la mia filosofia ho apprezzato molto il responsabile (a me ignoto) della scelta di queste due piante. Il Carrubo ha percorso lo stesso tragitto della stampa e della carta che sono giunte nel continente europeo attraverso gli arabi che le importarono dall'Asia minore,. Mi assomiglia molto perché il Carrubo è una pianta che si adatta anche ai terreni più difficili e ha uno spirito di tenacia e perseveranza. La sua longevità dimostra una gran voglia di vivere.
Mi sento molto suggestionato dalla pianta del carrubo poiché i suoi frutti necessitano di un lungo periodo di maturazione, così come la mia vita che ha richiesto altrettanto tempo. I risultati del lavoro del carrubo sono preziosi e ricchi di contenuti, così come quelli della mia vita e così come penso anche della vostra. Le foglie persistenti fanno sì che la pianta non si spogli mai del proprio fascino, adornando inoltre il paesaggio circostante.
Il Carrubo (Ceratonia siliqua), conosciuto come pane di S.Giovanni; appartiene alla famiglia delle Leguminoseae (sottofamiglia Ceasalpinioideae) e al genere Ceratonia che comprende la sola specie Ceratonia siliqua. Il nome della specie deriva per metà dal greco keràtion (=piccolo corno) e per metà dal latino siliqua (=baccello)., i semi sono detti Karati in quanto utilizzati per pesare le pietre preziose e l’oro. Dai semi inoltre si ricava una farina utilizzata nella preparazione di budini, gelatine, marmellate giacché possiede un potere addensante. Il germe, ricco di proteine, è utilizzato per la produzione di prodotti dietetici per i diabetici. Il frutto, lomento (deriva da ovario monocarpellare plurispermio, è suddiviso in una serie di logge monosperme chiuse che possono essere anche piene di polpa a circondare il seme, si apre trasversalmente. Da alcuni viene considerato una modificazione del legume), è un legume di tipo particolare, indeiscente (si dice indeiscente il frutto che, anche giunto a completa maturazione, non si apre spontaneamente per fare uscire il seme), che matura dopo un anno dalla fioritura. Il legno, duro e pesante, fornisce carbone, legna da ardere ed è sfruttato per l’ebanisteria e la costruzione d’attrezzi agricoli.
La pianta del carrubo è antica e nobile ma dobbiamo prendere atto che è trascurata. Da lontano potrebbe essere confuso con il Leccio ( la nostra quercia) soprattutto per via del colore verde scuro delle sue foglie. Ma se osservate con maggiore attenzione e da vicino gli alberi di Carrubo nella Piazza antistante al palazzo Ducale Marulli a San Cesario di Lecce potrete distinguere nettamente la forma delle foglie che, pur essendo coriacee come quelle del Leccio, sono composte da più foglioline disposte su due file e innestate sull'asse centrale della foglia ed in numero pari (in termine tecnico: paripennate).
Dal punto di vista ecologico, siccome non ha nessuna preferenza per i terreni può sopravvivere in quelli più poveri ed inospitali e, malgrado ciò, di riesce a sviluppare enormi tronchi perfino quando affonda le radici nelle spaccature delle rocce in definitiva il Carrubo sopporta la siccità, i terreni sassosi, a bassa fertilità o a elevato contenuto di calcare
I Fenici ne hanno diffuso la coltivazione in Terra di Lecce poiché l’ area di origine della specie è il Mediterraneo orientale. Ma furono gli arabi che scoprirono che tutti i semi del Carrubo hanno la particolare caratteristica di avere sempre un peso costante (1/5 di grammo). Gli arabi hanno indicato la pianta col nome di Kharrub o Charnub e hanno utilizzato per primi i semi detti carati (dall’arabo qirat) come unità di misura delle pietre preziose.
Fino agli anni ‘60 il Carrubo veniva coltivato e se ne traeva un buon reddito poiché i suoi frutti venivano impiegati nell’alimentazione del bestiame e per la produzione di alcool dalla distillazione della polpa di carrube.
Il carrubo è una specie con Piante che producono fiori maschili e fiori femminili. Nell’arredo urbano è preferibile utilizzare le piante con fiori maschili per evitare la produzione delle carrube. Inoltre per il poderoso apparato radicale bisogna, nel porre a dimora l’albero, considerare che diverrà maestoso e che allo stesso modo si svilupperà l’apparato radicale.
Il Carrubo è un albero sempreverde e le Carrube sono una valida risorsa per i celiaci, poiché prive di glutine. Possono essere utilizzate in cucina in sostituzione del cioccolato.



Alcune ricette con le carrube
La carruba viene usata per la produzione di farina ottenuta da semi e polpa, di carcao, succedaneo del cacao, e di gomma addensante, usata in pasticceria.

I frutti sono ricchi di fibre, di vitamine del tipo A, D, B1, B2 e B3, e minerali, quali calcio, potassio, rame e manganese.
Inoltre, grazie alle sostanze pectiche tannini presenti, le carrube hanno proprietà curative e astringenti, e l'elevato contenuto di fibre conferisce loro un potere altamente saziante.
Il sapore dei frutti si avvicina un po' a quello del cioccolato.
Il carrubo è coltivato, in ordine di produzione, da Spagna, Italia, Marocco, Portogallo e Grecia.
Di seguito indico alcune ricette in cui è possibile utilizzare la farina di carrube, reperibile nei supermercati forniti. In ogni caso, essa può essere utilizzata al posto del cacao in qualsiasi ricetta. Per quanto riguarda i frutti, invece, possono essere consumati anche al naturale, ma sono di difficile reperibilità fuori dei territori in cui l'albero cresce spontaneo.

Pasta alla farina di carrube
Ingredienti:
250 gr di farina 00
50 gr di farina di carruba
3 uova

Preparazione
Mescolate i due tipi di farina e disponeteli a cratere su un ripiano. Al centro mettete le uova e impastate tutti gli ingredienti fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo.

Torta alla carruba
Ingredienti:
150 gr di farina
100 gr di farina di carrube
250 gr di zucchero
3 uova
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
1 bicchiere di latte

Preparazione
Impastate tutti gli ingredienti in un terrina. Imburrate una teglia e cospargetela di farina. Versate il composto e infornate a 180° per mezz'ora circa.

Crema di carrube
Ingredienti:
150 gr di nocciole sgusciate
50 gr di farina di carrube
1 cucchiaio di cacao amaro
4 cucchiai di zucchero a velo
latte q.b.
Mettete gli ingredienti in un frullatore. Mettete il composto in un pentolino e riscaldate a fuoco basso aggiungendo il latte piano piano.

domenica 19 ottobre 2008

L’Agricoltura gestita e garantita dai tecnici e non dai commercianti.

L’Agricoltura gestita e garantita dai tecnici e non dai commercianti.
di Antonio Bruno

Scrive il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Dott. Luca Zaia:”Di fronte a quanto sta succedendo in questi ultimi tempi, il mio suggerimento è quello di comperare cibi con una chiara denominazione d’origine, o magari direttamente dal contadino. Voi come vi comportate al supermercato? che peso date all’origine dei prodotti che acquistate?”


Il commercio ha le sue regole. C’è il mio amico che mi dice che suo nipote ha la bravura del commerciante di verdura che sta nel saper scegliere la verdura più bella sul mercato per presentarla sulla bancarella agli occhi incantati della massaia che ipnotizzata dall’assenza di qualunque imperfezione eccola mettere mano al borsellino dissanguandosi di euro preziosi e sempre più rari.
Ma la verdura che è bella da vedere non è la migliore! Il campo in cui si coltivano carciofi grossi d'Italia, Asparagi, Bietole, Barbabietole, Carote, Sedano, Cicoria, scarola, Cavoli, Broccoli, Cavolfiori, Zucchine ecc ecc è fatto in modo da utilizzare la scolarità della produzione che in 60 giorni arriva a maturazione e poi in fondo al campo c’è un terreno che è occupato dalle stesse verdure ma che, a differenza di quelle destinate al mercato, non sono perfette e belle da vedere ma imperfette e queste sono quelle che mangerà il contadino che non toccherà mai quello che destina al mercato.
Lo stato ha speso fior di quattrino per formare i Dottori Agronomi che potrebbero certificare della effettiva genuinità del prodotto avendone la responsabilità nella coltivazione.
Ma lo Stato ha ceduto tutto alle organizzazione dei produttori agricoli che rappresentano persone che non potendo e volendo curare questi aspetti che oggi sarebbero stati la salvaguardia della produzione a chilometri zero, si sono affidati invece all’assistenza e alle integrazioni di prezzo che seppur risolvendo la questione agricola nel breve periodo hanno reso il settore debole dal punto di vista economico sino allo stato comatoso di pre morte nel quale versa ai nostri giorni.
Perché caro Ministro NON E’ VERO che produzione locale è sinonimo di qualità e di genuinità! Potrebbe essere vero se a GARANTIRE fosse un Dottore Agronomo che mette in gioco la sua faccia e la sua professione ogni volta che deve firmare qualcosa. E il consumatore ha dimostrato di straimpiparsene dei marchi di qualità. C’è il bollino del Marchio qui e il bollino del marchio la che non viene guardato da nessuno perché quando il consumatore entra nell’Ipermercato compra CINESE! LA CINA HA DECRETATO IL FALLIMENTO DEI MARCHI SENZA LE PROFESSIONALITA’.
Ho letto la legge del Veneto e quella che ha proposto l’ex Assessore all’Agricoltura Marmo alla Regione Puglia che ha un duplice obiettivo: da un lato ridurre inquinamento e traffico per il trasporto dei prodotti agricoli e nel contempo promuovere i prodotti locali troppo spesso trascurati in favore di primizie “esotiche.
Ma i prodotti locali sono storia, sono percorsi e narrazione che deve essere affidata ai Dottori Agronomi gli unici in grado di saperli rappresentare ai consumatori, si! I Dottori Agronomi sono gli unici in grado di garantire la qualità e genuinità.
La Coldiretti, è arrivata alla conclusione attraverso una serie di calcoli che ha esposto in uno studio che una famiglia italiana consumando prodotti locali e di stagione non utilizzando gli imballaggi, può fare in modo che si abbiano meno emissioni di Anidride Carbonica nell’atmosfera. La quantità di mancata emissione calcolata è di 1000 chili di anidride carbonica (CO2) l’anno.
Perché proprio in Italia e soprattutto in Puglia dove siamo favoriti dal clima grazie al quale non è difficile l’ottenimento di produzioni agroalimentari da primato in tutte le stagioni ciò non accade?
Perché non c’è una persona che garantisce. Al posto della persona si sono inventati la furbata del MARCHIO! Hanno imitato le grandi catene di distribuzione volendogli fare concorrenza su un terreno, il mercato internazionale, che vede deboli e ininfluenti i produttori agricoli pugliesi e italiani.
Ma ci siamo noi Dottori Agronomi che abbiamo una faccia, UNO STUDIO E UN RECAPITO a cui poter fare riferimento se si prende la famosa “sola o bidone”.
Siamo noi che possiamo garantire che un prodotto sia effettivamente stato coltivato senza pericolo per la salute dei cittadini!
E poi me lo spiegate perché i giapponesi pur di non comprare dalla Cina hanno acquistato o preso in affitto terreni in Egitto e qui hanno cominciato a coltivare per i consumatori del giappone? Perché i giapponesi non hanno comprato dai produttori egiziani? Perché i giapponesi sono andati in Egitto e hanno coltivato per il loro mercato Nazionale?
Noi invece ci fidiamo di tutto ciò che è esotico e fior di Ricercatori e Università con Facoltà di Agraria sono IGNORATE per dare credito al mercato e ai coltivatori con le loro furbette organizzazioni che si illudono di resistere al prossimo ed inevitabile fallimento stando ai tavoli dell’aiuto comunitario.
Caro Ministro pensaci, tu sei Laureato in Scienze delle produzioni animali presso l'Università degli studi di Udine puoi capire cosa voglia dire avere l’Agricoltura gestita e garantita dai tecnici e non dai commercianti.

http://www.gadlerner.it/2008/10/18/radio-padania-e-il-razzismo-tra-un-mese-il-giudizio.html

http://www.gadlerner.it/2008/10/18/radio-padania-e-il-razzismo-tra-un-mese-il-giudizio.html

“Radio Padania” e il razzismo: a giudizio
.....richiesta di rinvio a giudizio per diffamazione formulata dal pm Maurizio Romanelli, che il giudice Cesare Tacconi accoglierà o boccerà a novembre, ha una seconda particolarità. Non c’è solo l’aggravante (che il legale di Lerner, Daniela Dawan, aveva ipotizzato in denuncia), di contenuto non sociologico/ generico ma specifico/ tecnico, e perciò ad esempio non contestata agli assassini dell’italiano di colore bastonato a morte. C’è anche il fatto che il pm imputa al giornalista di Radio Padania d’avere, con le sue frasi, «determinato (nella sua responsabilità di conduttore) interventi d’analogo contenuto connotati da odio etnico/razzista »: tipo l’ascoltatore che preferiva gli «usurai» (sottinteso: gli ebrei) agli «schiavisti» (sottinteso: i rom) «da sterminare», e per i quali «ci vorrebbe un uomo come quello con i baffetti». Siegel, difeso da Matteo Brigandì, sostiene invece «l’assenza di finalità di odio razziale» nelle sue frasi che riconduce «a una legittima “critica politica” a quanto sostenuto da Lerner»; e valorizza altri passaggi radiofonici da cui «si evince che il conduttore non ha condiviso gli interventi dei radioascoltatori».

Caro Gad,
è amaro constatare la violenza che ancora alberga nel cuore degli uomini. Ma c'è da dire che tale violenza se diviene contagiosa fa cadere tutti noi nello stesso identico errore.
Chi ascolta Radio Padania?
I tifosi di Bossi e quelli che sono tifosi di squadre avversarie per sollevare polveroni.
La rozzezza e la violenza delle dichiarazioni che ho letto non meritano alcun commento perchè si commentano da se.
Ma se tu Gad e noi lettori cadiamo nella trappola di ritenere noi cittadini ascoltatori UNA MASSA INFORME SENZA COSCIENZA CRITICA e influenzabile da dichiarazioni così palesemente rozze e deliranti offendiamo tutto il popolo italiano.
Affermazioni come quelle che ho letto ci sono sempre state e probabilmente sempre ci saranno, ma stanne certo Lerner queste non sono prese in considerazione dalla quasi totalità degli italiani.
Per quanto riguarda la restante infinitesima parte che dire? Sperare in un rinsavimento per coloro i quali non credono e ricordarli nelle preghiere affinché Dio intervenga per farli rinsavire per i credenti.
Hai la mia solidarietà se opti per la misericordia così come facesti dopo la telefonata di Bossi.
Cordialità
Antonio Bruno


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giovedì 16 ottobre 2008











Il ciclo della vita: “Eri polvere e polvere ritornerai” (Genesi 3, 19) gradualmente nella terra

Il ciclo della vita: “Eri polvere e polvere ritornerai” (Genesi 3, 19) gradualmente nella terradi Antonio Bruno
Tutte le piante hanno le radici e queste servono a trarre il nutrimento dal terreno che per questo motivo deve essere fertile.
Ma come tutte le cose anche la terra (il suolo) deve essere rigenerato e questo deve essere fatto per conservare la fertilità.
Nella terra vanno a finire tutti gli organismi quando muoiono e le loro deiezioni, i loro escrementi. Tutto questo viene definito sostanza organica.
Per l’assenza di apporti naturali oggi c’è la necessità di portare la sostanza organica al terreno.
Notiamo tutti che oggi il ciclo della sostanza organica riassunto dalla frase “Eri polvere e polvere ritornerai” (Genesi 3, 19) è sbilanciato verso la POLVERE (mineralizzazione).Circa la presenza della sostanza organica nel terreno è necessario comprendere che è divenuto necessario qualunque apporto di mitigazione dello squilibrio, che oggi è a favore della mineralizzazione al fine di raggiungere gradualmente la parità tra apporti e perdite.Scorrendo i dati presenti nello studio per la valorizzazione energetica di bio - masse agro -forestali della Regione Puglia, la Provincia di Lecce è caratterizzata dalla disponibilità annua di 20.312 tonnellate all’anno di sostanza secca proveniente dalle colture erbacee e 58.755 tonnellate all’anno di sostanza secca proveniente dalle colture arboree e per questo si producono residui agricoli nella quantità media di 28,7 tonnellate anno per chilometro quadrato.Che fine fanno questi residui agricoli?In questi giorni abbiamo registrato una preoccupazione che ha informato una proposta di Legge Regionale del consigliere regionale di Melendugno Dott. Vittorio Potì. Nella relazione di presentazione si legge: “Nel periodo autunnale è invalsa l’abitudine negli oliveti della Regione di ripulire le aree sottostanti gli alberi di olivo dalle foglie caduche ammucchiatesi, al fine di predisporle utilmente per la raccolta del frutto. La negatività dell’operazione sorge allorché dette foglie vengono accese e bruciate a bassa temperatura. A parte la pericolosità per possibili incendi si verifica, circostanza più allarmante, il diffondersi di intensi fumi maleodoranti e inquinanti per il fatto che detto fogliame contiene residui di sostanze utilizzate per la concimazione fogliare, per antiparassitari e per il diserbo, quest’ultime assorbite attraverso il contatto con il terreno. I fumi investono i centri abitati e, con la calma di vento, stabiliscono una cappa che rende l’area irrespirabile. Frequenti sono le lagnanze della collettività giustamente preoccupata per la propria salute cui è difficile dare riscontro per l’assenza di un specifica legge in materia.”Ora seppure si condivide la norma proposta e riguardante le sole foglie di olivo non si comprende perché la stessa non debba essere estesa alla combustione di tutti i residui colturali sia di piante erbacee che legnose che per lo più oggi fanno la stessa fine delle foglie di olivo, ovvero sono tutte bruciate in campagna. Per poter CAPIRE QUALI SONO I PERICOLI DELLA COMBUSTIONE DEI RESIDUI DELLA PRATICA AGRICOLA è necessario conoscere i processi di formazione degli inquinanti, infatti questi si generano nella fase d'incenerimento dei residui di vegetazione con processi diversi, che richiedono condizioni di reazione diverse e spesso in contrasto tra loro.Gli inquinanti che sono stati presi in esame sono:• Ossidi di azoto; • Ossidi di zolfo; • HCl; • Polveri; • Metalli pesanti. Detto ciò è consequenziale la proposta di proibire la COMBUSTIONE DEI RESIDUI DELLA PRATICA AGRICOLA e di suggerire di utilizzare gli stessi per mantenere nei sistemi agrari il delicato equilibrio tra accumulo e consumo della sostanza organica, indispensabile per non compromettere le condizioni di fertilità dei terreni.Specificamente la sostanza organica potrà essere sottoposta all’azione di una trinciatrice polivalente adatta a trinciare dai residui vegetali fino a quelli legnosi. Finita tale azione si provvederà ad interrare la sostanza organica al terreno.


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