giovedì 11 settembre 2008

Lo sballo della semplicità

Lo sballo della semplicità
Lo sballo della semplicitàdi Antonio Bruno
Due immagini che mi sono state fornite ieri sera in un colloquio con amici. La prima riguarda una festa di compleanno di un ragazzo di 18 anni. Il mio amico mi ha detto che l’ha organizzata in una masseria della Terra di Lecce. Un buffet a base di orecchiette di grano di Puglia, latticini delle greggi che ancora popolano la nostra campagna, arrosti e poi da bere tanta aranciata e coca cola. Il proprietario della Masseria era molto preoccupato per via dell’alcol, diceva che in genere si eccedeva, che molti si sarebbero ubriacati. Il mio amico era assolutamente certo che di alcol questi ragazzi non ne avevano bisogno, così pure alle rimostranze delle conseguenze dell’utilizzo degli spinelli nelle feste simili, il mio amico opponeva l’assoluta certezza che di spinelli nella festa di suo figlio non ce ne sarebbero stati. L’altra preoccupazione del proprietario era relativa all’orario di chiusura della festa certo della abitudine dei ragazzi alla Movida notturna che trova fine solo alle prime luci dell’alba. Anche a questa ulteriore preoccupazione il mio amico rispondeva rassicurando l’esterrefatto tenutario della Masseria che per le 23, massimo le 23 e 30 sarebbe finito tutto.Il proprietario della masseria aveva ascoltato questo mio amico ma gli aveva detto che comunque avrebbe chiesto l’aiuto del fratello per tenere d’occhio i ragazzi che in genere bevono birra e vino in gran quantità e si spinellano ma che stanno ben accorti di non fare trapelare nulla ai genitori.Bene! La festa c’è stata, le birre sono rimaste sul tavolo perché non se l’è bevute nessuno, nessuno ha neanche fumato una sigaretta e infine alle 23 e 30 era tutto finito.Possibile?Si è stato possibile che 100 ragazzi e ragazze tra i 18 e 20 anni abbiano festeggiato un compleanno nel settembre del 2008 in Terra di Lecce senza alcol birra e droga.C’è una immagine che è stata raccolta da un altro mio amico che mi ha molto incuriosito. Un matrimonio a Lecce. Dopo la cerimonia si va in Piazza Duomo e in Piazza Sant’Oronzo per le foto. Lei in uno stupendo abito bianco, lui con il TIGHT, si guardano e si amano ma sono stanchi. Lei con il bouchet di fiori che osserva il suo amore appena sposato che si allontana alla volta del vicino bar Alvino ed ecco finalmente che lo sposo ritorna, si avvicina e gli porge una fresca bottiglia di birra di ¾ di litro che sorseggiano insieme in un alcolico rinfresco matrimoniale.La stessa Lecce, ma c’è qualcosa che cambia in questi due atteggiamenti.Io non voglio assolutamente entrare nel merito della discussione che appassiona quelli che preferiscono l’una o l’altra modalità di impiego del tempo libero e di organizzazione delle feste solo che mi chiedo come possa esserci la possibilità di scegliere se la proposta che proviene dalla industria del divertimento è di un tipo solo, ovvero tutto il branco nella trasgressiva notte a base di alcol,sesso, droga e rock e n'roll, oppure nella variante dionisiaca vino,sesso, droga e pizzica!La notte come novelli vampiri appaiono giovani invisibili di giorno. Sono nascosti nelle bare Università e Palestra. Poi eccoli apparire rigorosamente nel centro storico in locali cult dove attardarsi in un fruscio e struscio che nato per la riproduzione eccolo privo di senso divenire momento istintivo e emotivo che da il brivido dello sballo!Ma quale è l’alternativa?Come vivere l’esperienza della felicità dell’incontro, del confronto con le altre persone in una cornice naturale, quella che vede le attività concentrate alla luce del sole?Io me lo sto chiedendo e propongo alle strutture perse nei meandri delle forniture di agenzia religiosa di assumere la veste di agenzia educativa e luogo di incontro per le persone.Sto scrivendo delle Parrocchie, di queste strutture che potrebbero rispondere a questa emergenza formativa con la creazione di luoghi alternativi per l’incontro e il confronto nel divertimento. Perché oggi non ci sono alternative. Oggi o rimani chiuso in casa oppure puoi aderire alla proposta dello sballo.Non c’è solo la povertà degli ultimi migranti, c’è la povertà dei nostri figli ultimi arrivati in questa nostra terra, senza averlo chiesto, ma senza avere opzioni. I nostri figli vittime della cultura che ha affossato i luoghi d’incontro nelle Parrocchie perché le avevano scambiate per luoghi di proseliti politici, e forse avevano ragione. Ma dopo essere venuti via dalle parrocchie dove siete andati a finire? E soprattutto dove stanno andando a finire i nostri figli?I nostri figli devono poter scegliere! Va bene andare in giro nel centro storico di Lecce con una bottiglia di birra di ¾ di litro in mano, ma va bene se ho scelto quello, va bene se ho avuto la possibilità di almeno un’altra opzione come ad esempio di strare con ragazzi e ragazze semplicemente per avere la possibilità di conoscersi e magari di innamorarsi per poi stare insieme e fare una famiglia e dei figli.A proposito quei ragazzi della festa di compleanno nella Masseria della Terra di Lecce avevano avuto la possibilità di conoscersi e frequentarsi nella loro Parrocchia e l’unico alcol che hanno usato è stato lo spumante berlucchi , costato al mio amico un occhio della testa, che hanno utilizzato per spruzzarselo addosso nella sarabanda conclusiva!

mercoledì 10 settembre 2008

Lo vorresti un Papa di 35 anni?

Lo vorresti un Papa di 35 anni?
di Antonio Bruno

Gli hanno chiesto qual è il trucco e lui che evidentemente non lo conosce tanto che gli ha risposto che si diverte e che per questo è vivo a 94 anni suonati, è Mario Monicelli (Viareggio, 15 maggio 1915) regista.
Giovanni Pellegrino (Lecce, 4 gennaio 1939) a quasi settant’anni è ancora in sella come candidato per la Provincia di Lecce anche se ci ripensa, non vede convinti tutti e sente il rischio di un'aria che proprio buona non è; Adriana Poli Bortone (Lecce, 25 agosto 1943) parlamentare dal 12 luglio 1983, non diciamo l’età ma è una signora che continua da sempre a dire la sua e a occupare posti di primo piano e che, si sente dire in giro, desidererebbe dare il suo contributo a questa Regione che pare sia puntata da un cittadino della Provincia di Bari.
Poi ascolti gli interventi in radio o in TV e le voci rivelano un età matura, quasi sempre appartenente a persone in quiescenza DAL LAVORO, che noi senza ritegno chiamiamo pensionati. Loro, i cittadini più anziani, continuano a intervenire, a dire la loro, a dimostrare attaccamento per questo pese che li ha visti protagonisti e che li vede ancora desiderosi di contribuire.
Io mi chiedo se un Papa di 35 anni avrebbe il successo di questo Papa Papa Benedetto XVI, nato Joseph Alois Ratzinger (in latino: Benedictus XVI; Marktl am Inn, 16 aprile 1927).
Lo vorreste un Papa di 35 anni? Magari il vostro pretino della Parrocchia?
I nostri amici sono saggi, sono attivi, vitali e arzilli sono le persone che hanno superato i 60 anni, sono persone che hanno da dare tanto. I loro interventi sono davvero puntuali e poi se li ascolti noti che si appassionano come l’anziana Signora che ha proposto a un imprenditore locale di comprarsela lui l’Alitalia! Che tanto le parti fallimentari lestavamo pagando tutti noi cittadini conle tasse e la parte sana la stavano vendendo a prezzi stracciati. Quindi perché non la compri tu?
Oppure l’anziano signore che si indigna perché i treni del sud sono quelli che al nord non li vuole più nessuno e che dice che a lui fanno le stesse trattenute dallo stipendio rispetto a quelle che fanno al nord.
Io non so che faranno quelli che decidono, ma penso che queste risorse non debbano andare perse per soddisfare un arrivismo senza limiti di persone che hanno meno cose da dire e meno capacità di fare rispetto a queste persone nobili, preparate, equilibrate a cui si dovrebbe chiedere con deferenza se possono continuare a regalarci il loro prezioso tempo. Vale per Papa Ratzinger come per il Senatore Pellegrino, vale per l’On.le Poli Bortone come per i tantissimi in pensione che sono risorse per le comunità nelle quali abitano.


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martedì 9 settembre 2008




Volete provare l’ebbrezza del profumo del mosto selvatico?
Volete provare l’ebbrezza del profumo del mosto selvatico?
di Antonio Bruno

E’ tutto un pulsare vivo quello che si espande a Matino Provincia di Lecce in questo settembre. L’odore del mosto selvatico mi riporta a ricordi di quell’infanzia che ripone nella memoria l’ alambicco usato dalle distillerie di San Cesario di Lecce la cui invenzione è attribuita al chimico islamico Jabir ibn Hayyan, tra l'VIII secolo ed il IX secolo.
Si perché a Matino di Lecce ancora si fa il vino mentre a San Cesario di Lecce si distillava e oggi si ricorda ciò che fu e non c’è più.
Ma quel profumo mi ha pervaso e mi ha fatto chiedere che fine avessero fatto le allegre ragazzine e giovanotti che pigiavano l’uva. Di loro nessuna traccia, solo l’odore del mosto selvatico.
Un mio amico mi ha spinto a scrivere di vino, ma soprattutto mi ha chiesto di scrivere come si fa il vino.
Intanto se vogliamo produrre il vino siamo esonerati da qualsiasi obbligo di Legge se questa bevanda è destinata a essere consumata da noi stessi che lo produciamo (autoconsumo) se ne produciamo meno di 1.000 litri oppure se lo otteniamo da un vigneto di nostra proprietà che abbia una superficie inferiore ai 1.000 metri quadrati, e naturalmente non viene venduto.
Quindi se acquistiamo l’uva e ci facciamo 1.000 litri di vino non dobbiamo fare nulla di nulla ma solo il vino.
Mille litri di vino sono quasi tre litri al giorno in un anno e penso che ciò sia più che sufficiente per il consumo di una famiglia.
Tradotto significa che sei esente dall’obbligo di dichiarazioni di produzione, di denunce e di compilazione dei registri di vinificazione, di commercializzazione, ed altri eventualmente previsti, inoltre non sei obbligato a rispettare le norme igienico – sanitarie che vengono prescritte dalle Asl ai produttori di Vino per il mercato.
Come mi devo organizzare per vinificare da 1 quintale a 15 quintali di
uva? Da questa quantità d’uva si può produrre da 50 litri a 1.000 litri di vino. Quindi che devo avere per fare da 50 a 1.000 litri di vino? Questa è la domanda che mi ha posto il mio amico e a questa domanda cerco di dare una risposta che credo possa interessare non solo lui, ma anche voi che mi state leggendo in questo momento.
Intanto per vinificare l’uva devi avere un posto dove farlo, una casa, meglio se in campagna. In tal caso puoi usare l’esterno, magari sotto il tuo portico della tua casetta in campagna per vinificare ovvero pigiare l’uva e farla fermentare e quindi svinare (spiegherò poi il significato di tutte queste parole che i tecnici usano per non farsi capire) mentre per conservare il prodotto c’è bisogno di un locale chiuso che sia ventilato e che abbia l’impianto idrico. Questo locale deve avere una temperatura costante e fresca, con poca luce che proviene dall’esterno e con un umidità del 70 – 80 %.
Dobbiamo prevedere delle vasche che devono avere la possibilità di contenere il 30 – 40% in più rispetto al vino che produciamo.
Siccome ne possiamo produrre al massimo 1.000 litri dobbiamo prevedere una capienza delle vasche di 1.400 litri. In questo modo possiamo sia vinificare che travasare e contemporaneamente possiamo addirittura conservare il vino dell’anno prima.
Per trasformare l'uva in vino (vinificazione); sinteticamente dobbiamo fare la pigiatura o spremitura dell'uva con conseguente formazione del mosto, poi eventualmente la macerazione (fase in cui le vinacce rimangono a contatto, per un periodo di tempo più o meno lungo, con la polpa), quindi dobbiamo consentire la trasformazione del mosto in vino (fermentazione alcolica, processo chimico in cui l'azione dei lieviti provoca la trasformazione degli zuccheri in alcol e anidride carbonica), a questo punto dobbiamo procedere alla svinatura (separazione del vino dalle vinacce), e
aell'eventuale diminuzione dell'acidità con la Fermentazione malolattica , processo chimico in cui il verificarsi di determinate condizioni provoca la trasformazione dell'acido malico in acido lattico, consentendo così di ottenere un vino dal sapore meno acido e più armonico), quindi dobbiamo procedere al travaso del vino nei contenitori per l'eventuale affinamento e invecchiamento o direttamente per il consumo.
Esistono vari sistemi di vinificazione: le cosiddette vinificazioni in bianco, in rosato ed in rosso (che permettono di ottenere rispettivamente i vini bianchi, i vini rosati ed i vini rossi) non scrivo qui delle vinificazioni che permettono di ottenere i vini spumanti e dei i vini passiti, dei vini liquorosi ed i vini aromatizzati perché sarà oggetto di un altro intervento sul vino.
Come ho scritto nella vinificazione in rosso le vinacce rimangono in contatto con il vino ecco perché le vasche dovrebbero avere un chiusino inferiore per scaricare le vinacce.
Nella vinificazione in rosso, prima di procedere alla svinatura (cioè la separazione del mosto dalle vinacce), è necessario eseguire il rimontaggio e la follatura del mosto. Queste due tecniche consentono di evitare che le vinacce (che non vengono separate dal mosto nella vinificazione in rosso) non si depositino in superficie, impedendo in tal modo l’ ossigenazione del mosto.

Quindi se le vasche non hanno un chiusino inferiore per lo scarico delle vinacce, si possono di utilizzare dei mastelli per eseguire correttamente la follatura e l’estrazione della vinaccia.
Ricapitolando nella “vinificazione in rosso". le sostanze coloranti, presenti nelle bucce, vengono estratte nel tempo sfruttando l'azione solubilizzante dell'alcol che viene prodotto nel corso della fermentazione. Esistono al riguardo diverse tecniche utilizzate per migliorare il contatto delle vinacce, che tendono a galleggiare sul mosto formando il cosi detto "cappello", con il mosto sottostante:
a) follatura (con mastello); azione meccanica esercitata sul cappello per immergerlo nel mosto (normalmente effettuata due volte al giorno);b) rimontaggio; innaffiamento del capello dall'alto con il mosto prelevato dal basso del tino e rilanciato verso l'alto per mezzo di una pompa per liquidi;c) fermentazione a cappello sommerso; introduzione nel tino di fermentazione di un graticcio che ostacoli l'affioratura delle vinacce sulla superficie del mosto con la formazione di un cappello che resta immerso nel mosto.
Al termine della fermentazione il vino nuovo, torbido e ricco di anidride carbonica, viene separato dalle sue vinacce mediante un travaso che prende il nome di svinatura.
Ma alcuni di voi che state leggendo vorreste farne di meno, meno vino intendo. Magari vi accontentereste di 50 litri o al massimo vorreste arrivare a 200 litri. Naturalmente dovete prevedere dei contenitori che siano più capienti del 30 – 40 % meglio 40% e potreste essere tentati ad utilizzare le classiche damigiane che come sapete sono da 54-34-25-10 litri.
Io se per la vinificazione in bianco vi consiglio senz’altro di usare le damigiane, non allo stesso modo mi sento di consigliarvi per quella in rosso. L’imboccatura è stretta, è difficile eseguire correttamente la follatura; è molto difficile, se non impossibile, estrarre le vinacce al termine della fermentazione alcolica. Quindi in questo caso vi consiglio di utilizzare dei piccoli mastelli da 55 litri, o al massimo se pigiate pochi chili d’uva da fermentare in rosso usate una damigiana a bocca larga.
Per pigiare l’uva e vinificare vi ho suggerito lo spazio sotto il portico. La pavimentazione fatela in cemento così potete facilmente pulire utilizzando l’acqua ecco perchè è bene che sia in pendenza per facilitarne lo sgrondo e io successivo smaltimento.
Vinificate all’esterno! Io da ragazzo più volte sono stato notiziato di persone che hanno vinificato all’interno e non hanno ventilato avendo i locali saturi di anidride carbonica che stordisce e fa morire. Peggio se i locali dove avviene la vinificazione sono sottoposti, allora la questione si fa drammatica. In genere si utilizzava una candela che posta a 30 – 50 centimetri dal pavimento se si spegneva significava che l’aria era satura di anidride carbonica e bisognava ventilare per poter entrare. Ma voi non state a fare i difficili, non state a rischiare, non ne vale la pena. Vinificate all’esterno, sotto il vostro portico e non morirete!
Una volta ottenuto il vino dovete metterlo da qualche parte per farlo invecchiare. Qui dovete essere attenti che sia un locale con una temperatura costante inferiore ai 15 gradi e con una umidità dell’80 – 85%. Il vino deve essere messo in piccoli fusti o barrique (La barrique è una botticella di legno da 225 lt nella zona Champagne è di 205 lt e in quella della Borgogna di 228 e i suoi più importanti produttori al mondo sono i francesi. Le migliori sono prodotte con il solo legno proveniente da quercie di rovere di Limousin, Tronçais, Allier, Never, Vosges in Francia, oppure di Slavonia. Per poter avere più elasticità possibile viene utilizzato solo il legno del tronco di piante che vanno dai 120 ai 240 anni. Inoltre anche l’America è un produttore di barrique, anche se meno pregiate.)
Poi dovreste avere un area della vostra casa di campagna da adibire a deposito delle bottiglie (dopo l’invecchiamento nella barrique il vino va nelle bottiglie). Il vino matura nelle bottiglie e la zona deve essere asciutta e fresca, non ci deve essere luce cioè deve essere buia e la temperatura deve essere compresa tra 13 e 15 gradi, deve essere asciutta per evitare che si formino muffe sulle bottiglie.
Adesso che sapete tutto potete correre ad acquistare la vostra attrezzatura per fare il vostro vino. Abbiamo già detto dei VASI VINARI ovvero delle vasche, dei fusti e delle damigiane e della loro capienza, dobbiamo acquistare:
Vasi vinari 150 euro
mastelli, 50 euro
secchi, 50 euro
tubi travasatori per uso alimentare, 50 euro
pompa centrifuga, da 100 a 150 Euro
pigiatrice o pigiadiraspatrice, 300 euro
torchio 200 euro
un piccolo filtro a farina fossile o a cartoni. 300 euro e cartoni 100 euro
rompitrice semiautomatica 300 euro
tappatore per tappi in sughero 100 euro
2 barrique 250 euro l’una totale 500 euro
Il costo dell’attrezzatura totale va dai 2.000 ai 2.500 Euro
Allora che aspettate! Muovetevi! Volete provare l’ebbrezza del profumo del mosto selvatico?

































lunedì 8 settembre 2008

Ti spunta un fiore in bocca? E’ il fico!


Ti spunta un fiore in bocca? E’ il fico!
Ti spunta un fiore in bocca? E’ il fico!
di Antonio Bruno

La mia storia del fico inizia a Calvello in provincia di Potenza quando per le proteste di un mio commilitone tale Giuanluigi Manni da Melissano fui comandato per il campo estivo in questa località sito di demanio militare dove l’Artiglieria Pesante Campale di cui io all’epoca facevo parte, poteva esercitarsi in vista di una non auspicabile quanto improbabile futura guerra.
Di sera in un camion militare un commilitone raccontava di un chicco d’uva che doveva passare un valico. Il valico era difeso da un Fico.
Quando il chicco d’uva arriva vicino al valico chiede al fico “Fammi passare! Fammi passare!” e il fico “NON TI FACCIO PASSARE! NON TI FACCIO PASSARE!”. Il chicco d’uva però non vuole sentire ragioni e insiste: “Fammi passare! Fammi passare!” e il fico più determinato di prima “NON TI FACCIO PASSARE! NON TI FACCIO PASSARE!”, ma il chicco d’uva non demorde “Fammi passare! Fammi passare!” e il fico sempre più arrabbiato “NON TI FACCIO PASSARE! NON TI FACCIO PASSARE!” a quel punto il chicco d’uva prende una pistola dalla tasca e spara al Fico!
ABBIAMO TRASMESSO ………..IL FICO SECCO………….. E L’UVA PASSA.
Risi di gusto a questa surreale storiella anche perché sia l’uva che il fico sono alimenti a me cari e vicini geograficamente e, di questi tempi in cui si suggerisce l’acquisto di prodotti che provengono dai campi a noi confinanti, la storiella si riempie di nuova e suggestiva attrattiva.
Negli anni 1940 – 45, quelli della guerra e della adolescenza dei miei genitori pare che l’unità di misura della fame fosse a tasche, perché il cibo si metteva nelle tasche di cortissimi pantaloncini e per placare la fame una tasca piena di fichi secchi bastava (nna pauta te fiche).
Il fico raccolto e messo al sole che lo faceva divenire secco era l’alimento facilmente conservabile nei recipienti di creta (capase) o nei vasi di vetro.
Ma ciò che ricordo è la raccolta dei fichi nella Masseria Pendinello di cui ho già scritto a proposito delle ficalindie.
E stato dall’11° all’8° millennio a.C. ovvero 13.000 anni fa che il fico è stato addomesticato nel Vicino Oriente e sembra essersi diffuso a velocità costante verso occidente. Da noi, in terra di Lecce, il passaggio ad economie agricole è testimoniato dalla presenza nei siti più antichi del Neolitico resti di Corbezzolo, nocciolo, ulivo, fico e vite, anche se allo stato selvatico, che furono oggetto di cure intensive ed esperimenti intensificati.
Rispetto all’origine del mondo 13.000 anni fa è un tempo recentissimo anche se per noi rappresentano un bel po’ di anni.
Il fico ha una bella famiglia qui da noi composta da gelso e more. Si perché fico, gelso e more sono tutti di una stessa famiglia.
Ma nella parentela stretta possiamo distinguere il fico comune (Ficus carica) carica deriva da Caria una regione della Turchia e quello selvatico (Ficus caprificus) che significa fico per le capre.
Il fico poi ha varie varietà che fruttificano una o più volte l’anno e quindi il fico può essere unifero, bifero e trifero.
Il fico Unifero produce solo a agosto settembre sui rami prodotti nella primavera. Il fico Bifero produce in giugno luglio i fioroni dalle gemme dei rami dell’anno precedente e i fichi ad agosto settembre sui rami prodotti nella primavera dell’anno. Il fico Trifero oltre alle prime due produzioni ne aggiunge un’altra ancora più tardiva.
Ma cos’è questo frutto del fico? E’ quel seme che ti capita tra i denti! Come? E quella sostanza deliziosa e zuccherina cos’è? E’ l’infiorescenza! Come una margherita! Il fico è un bel fiore…..in bocca! E se ti spunta un fiore in bocca è il fico!
Anzi: è il siconio del fico.
Si perché questa infruttescenza si chiama siconio e da questa infiorescenza è dipesa la vita di intere generazioni di antichi greci e romani. Era quindi necessaria una produzione abbondante e se vedete i nostri fichi producevano fino a 120 chili di frutti (siconi) ad albero, mentre quelli coltivati in nel nord Europa ne producono molto meno.
“Perché i frutticini di fico possono cadere?” “Bisogna mettere il caprifico in un ficheto per farlo fruttificare?”
Di fatto il fico ha un sistema riproduttivo estremamente complesso e affascinante, grazie anche ad una simbiosi con un imenottero che vive e si riproduce nei frutti di caprifico e sporadicamente va ad impollinare i fichi delle piante di fico domestico.
L'impollinazione delle differenti specie di Ficus è strettamente entomofila (ad opera di insetti e specificamente per il fico da un solo insetto).
Ma la faccenda si complica perché ogni specie ha un imenottero impollinatore specifico (appartenente alla famiglia delle Agaonidae) e quindi è facile intuire che ogni imenottero deposita le sue uova solo nel frutto di una distinta specie di Ficus.
A causa di questa rigida specificità il trapianto di una specie al di fuori del suo areale naturale genera, in assenza dello specifico imenottero impollinatore, esemplari sterili.
E se da uno specifico areale scompare una specie di fico, con essa scompare anche il suo imenottero perché il cui ciclo di sviluppo si svolge completamente all’interno del ricettacolo carnoso del siconio del fico.
Ma vediamo cosa accade il CAPRIFICOquello selvatico (Ficus caprificus) durante l’inverno ha delle infiorescenze che contengono solo fiori femminili abortiti, detti MAMME. In primavera i caprifichi producono altre infiorescenze dette PROFICHI che contengono fiori femminili abortiti e vicino alla parte più esterna dell'infiorescenza dei fiori maschili. Durante l’estate si producono altre infiorescenze dette MAMMONI che contengono fiori femminili sterili, fiori femminili fertili e fiori maschili.
Le forme coltivate del FICOfico comune (Ficus carica) producono invece due soli tipi di infiorescenze: i FIORONI in primavera e i FICHI d’estate che contengono rispettivamente fiori femminili sterili (Fioroni) e fiori femminili fertili o sterili (Fichi) a seconda della cultivar e fiori maschili.
Forse non tutti sanno la complessità dell’assetto fiorale del Fico. Infatti l’impollinazione dei fiori di questa antica pianta è alquanto complicata … vediamo perché.
Vi sembra complicato? Aspettate allora a sentire come avviene l’impollinazione!
Il responsabile è la Blastophaga psenes, un simpatico imenottero (un insetto simile alle api, per capirci) che sverna nelle MAMME dei caprifichi sotto forma di larva annidata nei fiori femminili sterili. In aprile le larve escono dai fiori e terminano il loro sviluppo. Le femmine adulte mentre girellano qua e la, vengono fecondate dai maschi ed escono dalle mamme e raggiungono i PROFICHI dove depongono le uova nei fiori femminili sterili. Le femmine di questa seconda generazione, una volta fecondate, escono dai profichi coprendosi del polline emesso dai fiori maschili e raggiungono i MAMMONI, andando a fecondare i loro fiori femminili fertili e deponendo le uova in quelli femminili sterili.
Le femmine di questa terza generazione, una volta fecondate, raggiungono i FICHI delle forme domestiche e visitando i siconi (il frutto del fico che conosciamo) alla ricerca di fiori femminili sterili in cui deporre le uova, impollinano i fiori femminili fertili … che vengono così CAPRIFICATI.. e non ridete, i nostri simpatici ed eccentrici botanici hanno così soprannominato questo lungo e intreccio.
Capito come si impollinano i fichi torniamo alle nostre zone dove il Dott. Francesco Minonne, che ha classificato molte nostre varietà di fico afferma che impiantando varietà autoctone (delle nostre zone) sarebbe possibile avere fichi freschi da giugno a settembre garantendo continuità al prodotto sul mercato.
L’Orto Botanico dell’Università di Lecce ha raccolto moltissime varietà di fico ed è disponibile a collaborare per realizzare un Orto Diffuso. Sarebbe meglio che le pubbliche amministrazioni prevedessero un Orto botanico nel loro territorio come se fossero i giardini pubblici. Sarebbe bello conservare nel verde pubblico le varietà raccolte dall’Orto Botanico dell’Università di Lecce e quelle eventualmente raccolte ne territorio di ogni comune.
Sono circa 80 le varietà di fico del Salento, per la maggior parte sconosciute ai più, che si possono ammirare grazie alla passione di un solo studioso: Francesco Minonne!
L’ho scritto e lo ripeto il trinomio territorio, cultura e comunicazione, è alla base del prodotto che proviene dalla terra, ed ecco perché sarebbe necessario per chi intendesse avventurarsi in questo settore lo studio, l’analisi e la comparazione di dati reali, per avere un chiaro quadro della situazione. Mi piacerebbe vederefichi della Terra di Lecce disposti in cassettini come fossero diamanti e offerti al mercato elegante e raffinato come la nostra gente. MI piacerebbe vedere in questo luogo di prelibatezze gustose tavoli occupati da decine di pomodori tutti diversi uno dall’altro con diametri che vanno da 1 a 15 cm e con colori che vanno dal rosso cupo al giallo canarino. Mi piacerebbe vedere il mercato delle Terre di Lecce pieno di vasetti di vegetali non particolarmente belli o profumati, ma dal sapore squisito, come lo sono tante "erbe" selvatiche le cui proprietà erano patrimonio della nostra cultura campestre e che ora attirano sia i produttori che i cuochi più attenti.
Chicchi d'uva, frutti di pesche, pere e prugne di una infinità di sfumature di colore e di sapore.
In attesa di questa bella notizia vi consiglio una passeggiata in automobile nelle strade della Provincia di Lecce che ai bordi hanno centinaia di alberi di fico. In questo periodo è possibile raccoglierli come se fosse la raccolta dei funghi allo stato selvatico. Naturalmente c’è da chiedere prima il permesso di raccogliere i fichi al proprietario dell’albero.
Vorrei che per la Terra di Lecce questo mese fosse un settembre dolce e succulento perché la Terra di Lecce deve divenire il giardino che è sempre stata dove si coltivino e si possono gustare le specie tipiche della nostra area di frontiera dove l’Oriente, il vicino Oriente si confonde nelle pieghe dei nostri mercati e tra queste piante del vicino Oriente posto di rilievo spetta al fico riscoperto dal Dott. Francesco Minonne. Questa tendenza attirerebbe giovani visitatori. Intanto per un assaggio tutti alla Masseria Ficazzana!


http://www.masseriaficazzana.it/
































































domenica 7 settembre 2008

due volte nella polvere, due volte sull'altar

due volte nella polvere, due volte sull'altar
Stamattina i titoli dei giornali strillavano al Mondo intero che a Cagliari, nel suo discorso Sua Santità Papa Benedetto XVI ha detto che servono nuovi politici cattolici rigorosi e competenti. Siccome conosco i miei polli sono andato a leggermi il discorso del Papa http://magisterobenedettoxvi.blogspot.com/2008/09/il-papa-cari-amici-la-fede-in-cristo.html .
E come sempre ho preso atto che il discorso è formato da 1796 parole di queste quelle che riguardano i titoli dei giornali sono 34 a specificamente “Vi renda capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile.” Che rappresentano l’1,9% del discorso ma siccome riguardano tre mondi ovvero quello del LAVORO, QUELLO DELL? ECONOMIA E INFINE QUELLO DELLA POLITICA quest’ultima nel discorso di Sua Santità rappresenta lo 0,6%.
Ma fa rumore perché tutti vogliono che si cambi, da sempre. L’uomo crea i suoi idoli, poi se ne stufa e vuole gettarli nella spazzatura. Solo che invece di ascoltare le parole del Papa che indicano l’UNICO DIO DESIDERATO E DESIDERABILE, gli uomini cercano altri idoli per stancarsene e poterli gettare infinitamente nella spazzatura. Il sadismo della idolatria fece si che Napoleone fosse due volte nella polvere, due volte sull'altar così come verificabile nel 5 maggio del Manzoni!

Panebianco ci riprova!


Panebianco ci riprova!
di Antonio Bruno

Dopo Battista ecco che ci riprova Panebianco dal Corriere della sera di oggi a cercare di trovare una spiegazione sulla mancanza di reazioni in riferimento a ciò che accade in India. Panebianco in prima pagina del Corriere della sera candidamente si chiede: “Da dove deriva tanto disinteresse per la loro sorte? “(la sorte dei cristiani perseguitati in India n.d.r.)

"Prima erano come schiavi. Adesso una parte di loro studiano nelle nostre scuole, mettono in moto attività nei villaggi, rivendicano i propri diritti. E chi – anche nell’India del boom economico – vuole mantenere intatta la vecchia divisione in caste, ha paura che acquistino troppa forza. L’Orissa di oggi è un laboratorio. In gioco c’è il futuro dei milioni di dalit e tribali che vivono in tutto il paese". Raphael Cheenath, arcivescovo di Chuttack-Bhubaneswar


Il budget del Governo per il 2005 rimarca le discriminazioni sociali, di cui sono oggetto i cristiani in India.
Presentato a fine febbraio dal ministro delle finanze, PC Chidambram, il budget 2005-2006 ha trovato l'approvazione di mercati e industria, ma lo scontento dei cristiani. Esso stabilisce programmi di sviluppo per le zone rurali, investimenti esteri, ma nessuno stanziamento per i cristiani delle campagne, "i più poveri dei poveri". In un'intervista ad AsiaNews John Dayal, segretario del Consiglio nazionale per l'integrazione, ha sottolineato che "il budget dovrebbe prevedere fondi per potenziare l'economia delle minoranze, specialmente dei cristiani, una delle categorie più povere del paese". Fonte http://www.asianews.it/index.php?art=2700&l=it

Se Battista e Panebianco leggono quanto sta avvenendo in India alla luce di questi fatti penso che la situazione si farà chiara.
E’ la solita storia: i ricchi vogliono essere più ricchi e i poveri non vogliono restare poveri. Si chiedano Battista e Panebianco a chi si sente di appartenere il popolo italiano ai poveri o ai ricchi? E questo darà la risposta alla mancanza di reazioni e alla Conferenza Episcopale Italiana che rimane inascoltata per l’India come per gli immigrati.
Veda Battista le reazioni al mio racconto di esperienze della vita dell’artista Adrian Paci sul forum di Panorama e avrà ancora più chiara la situazione.
Il problema è che è preferibile far finta di nulla, così possiamo continuare a fare quello che riferisce Padre Alex Zanotelli nella sua lettera del 12 luglio ultimo scorso, non letta, o se letta presto dimenticata dove afferma tra l’altro:
….” Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero come viviamo noi ricchi (l’11% del mondo consuma l’88% delle risorse del pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti.”….
Sapete in quanti siamo in Europa? 800 milioni! E in India sapete quanti sono? 1 milardo e 130 mila persona.
Battista e Panebianco ne traggano le conseguenze!
La risposta alla domanda di Panebianco nella Prima Pagina del Corriere della Sera di oggi “Da dove deriva tanto disinteresse per la loro sorte? “(la sorte dei cristiani perseguitati in India n.d.r.)
è la seguente : “E chi – anche nell’Italia del boom economico – vuole mantenere intatta la vecchia divisione in ricchi e poveri, ha paura che gli indiani acquistino troppa forza.”

sabato 6 settembre 2008


Ieri sera a Galatina abbiamo svegliato tutto l’Universo!
Ieri sera a Galatina abbiamo svegliato tutto l’Universo!
di Anton
io Bruno

Alessandra Pizzi dell’ Agenzia Titania di Lecce ha proposto all’amministrazione comunale di Galatina “la notte bianca della letteratura” Luigi Rigliaco dell’Associazione Culturale A&A ha suggerito di allargare all’arte. Così nasce Ergo Sum notte bianca a Galatina della letteratura e dell’arte.
Luigi Rigliaco dice che vuole far vivere la notte in maniera più profonda per evitare di associare la notte ad eventi nefasti. Se la notte si dormisse probabilmente si farebbe quanto di più profondo possa esserci e l’unica cosa che potrebbe accadere di nefasto sarebbero gli incubi! Ma questa è solo una mia sommessa opinione.
Alessandra Pizzi invece dice che riesce a leggere solo la notte, all’Università studiava solo la notte, lei considera la notte lo spazio migliore della giornata per il pensiero.
C’è da chiedersi cosa facesse Alessandra Pizzi di giorno quando frequentava l’Università e soprattutto come facesse a vivere così intensamente senza dormire mai!
Comunque queste suggestioni derivate da ricordi universitari giovanili hanno fatto scattare l’idea di riappropriarsi dello spazio della notte come spazio dei pensatori.
A Galatina Alessandra Pizzi, questa donna attiva e informatissima ha fatto confluire 43 autori (c’è da stare svegli quando questa Alessandra è nei paraggi!) inoltre ci sono stati anche 25 artisti con mostre e installazioni.
Piccola di statura, la voce nasale e infinitamente delicata tra due uomini in abito blu.
L’ho vista passare da Piazza San Pietro dove c’è la Chiesa Madre dedicata agli apostoli Pietro e Paolo questa donna minuta con la faccina pulita che ricorda le ragazze degli anni 70 che ha voluto una notte bianca a Galatina. E io ci sono andato il 6 settembre a Galatina, non da solo, ci ho portato mia moglie, mia figlia e le sue tre amiche del cuore.
La notte bianca della cultura e dell’arte si chiama ERGO SUM che fa venire in mente la locuzione cogito ergo sum (lett. "Penso dunque sono") ovvero l'espressione con cui Cartesio (Principia philosophiae 1, 7 e 10) esprime la certezza indubitabile che l'uomo ha di sé stesso in quanto soggetto pensante anche se una comprensione attenta di "cogito ergo sum" porta anche alla traduzione di "Io sono quello che penso".
Ma togliendo cogito e lasciando ergo sum la nostra giovane “sindaca” (così l’ho sentita appellare da un noto giornalista nostro conterraneo) ha preferito che la Prima notte bianca fosse all’insegna dell’IO SONO a me caro, quello di chi tento di imitare. Ma anche questa è una suggestione che devo alla insonne Alessandra Pizzi perchè concordo sull’impostazione che, tralasciando il pensiero si concentra sul qui, ora, sull’esserci adesso.
Comunque il titolo Ergo Sum smentisce tutta la suggestione dei ricordi giovanili universitari della nostra ideatrice dell’Agenzia Titania Alessandra Pizzi.
E’ bella Galatina. Le amichette di mia figlia si sono subito affrettate a dirmi che ci vengono spesso con i loro genitori per andare al dentista, ma di giorno è diversa, non li avevano visti tutti quei palazzi del centro storico, quei balconi e quel basolato le cui pietre sono così irregolari da farti dondolare come le carrozze che ci passavano nei secoli scorsi.
E stando attenti a non cadere abbiamo cominciato a camminare partendo da piazza San Pietro.
In Piazza Orsini ho visto Dario Salvatori, è alto, in TV sembra un omino piccolo, invece è alto. Lo sta intervistando la Signora Silvia Famularo, elegantissima e raffinata come sempre, un contrasto da far stridere i denti quello tra questa donna e l’intervistato Dario Salvatori molto vicino allo stile “Cugini di Campagna”.
Poi vedo Enrico Vaime, lo fanno sedere e ci racconta del 68 che ha fatto “da privatista” con un contributo economico che ancora sta finendo di pagare, si perché lui si era comprato con cambiali che lo impegnavano al pagamento sino ai giorni nostri, una Dino Fiat che dalla finestra della RAI in Corso Sempione vide distruggere sotto i suoi occhi. Molto ironico Vaime ma c’è da riflettere quello che ti combina la rivalità e l’invidia quando è spudorata, quando è istigata, ingigantita da cattivi maestri!
Pausa!
Le bambine devono mangiare. Andiamo in un bar, lo saccheggiano, e io a pagare la prima, la seconda e la terza volta. E’ li che c’è il barista che mi dice tutto trafelato che serpeggia la voce che questa storia della notte bianca andrà avanti tutta la notte ed è sempre li che guardo la canonica accanto alla Chiesa Madre e vedo delle ombre che si muovono dietro le tende delle due finestre: sono un marito e una moglie che litigano! Poi c’è lei che prende un coltello e che
…. Miseria ladra è una di queste installazioni degli artisti. L’ha fatta mia figlia un’installazione ieri nel mio soggiorno recintando la finestra con un filo e affermando che si trattava del suo cancello!
Poi in giro per le altre piazze, la solita taranta che non manca mai con foto dei temi che furono (incluso tabacco colpito e affondato con “fimmene” che da quando non c’è non si moltiplicano più).
Un uomo con i capelli bianchi presenta di un Tito Schipa che sposa una canzonettista francese e si fa pagare profumatamente per degli spot a New York. Eccoli gli autori che raccontano la loro esperienza, sono seduti e narrano, lo fanno con la voce sostituendo per una notte quest’ultima alla amata penna (ops! Volevo dire tastiera). Insomma una fucina di pensiero! E alla faccia del titolo. COGITAVANO TUTTI! Il rumori di queste menti pensanti si spande per tutto l’Universo tanto da far dire agli abitanti di Orione che basta, che non se ne può più, che la smettessero di pensare e che questi maleducati di Galatina stavano SVEGLIANDO TUTTO L’UNIVERSO.
Come ha fatto svegliare me una scena che non dimenticherò mai e di cui ringrazio gli organizzatori e i protagonisti.
L’On.le Adriana Poli Bortone e il Senatore Giovanni Pellegrino che in Piazza Orsini mi regalano una forte suggestione di versi di cui mi è rimasto sotto l’ombra delle querce e un settembre che è presagio di crepuscolo della vita e che non scorderò.
Le bambine e la moglie premono, vado via. Io penso la mattina presto, scrivo la mattina presto, la notte preferisco dormire. Ma io sono un dinosauro non faccio testo