venerdì 5 settembre 2008


Mi racconti una storia? Ti racconto Adrian Paci.
La definizione di “ignorante” che vi propongo è questa:
è ignorante chi non sa farsi capire dagli altri
e non riesce a comprenderli
(Giovanni Floris
La fabbrica degli ignoranti Rizzoli
300 pagine 18 euro il 10 settembre in libreria)

Mi racconti una storia? Ti racconto Adrian Paci.
di Antonio Bruno



Erano le 23 e 15 quando ho fatto ritorno a San Cesario di Lecce, ho fatto piano per non svegliare mia figlia Sara. Ma mentre con grande prudenza varcavo la soglia della camera da letto ho sentito “papà sono sveglia”. Non me l’aspettavo. Mi ha detto il suo solito: “Papà mi racconti una storia che non riesco a prendere sonno?”. Io le ho risposto si. Io adesso vi sto scrivendo il racconto che ho fatto a mia figlia ieri sera di ritorno dall’Eos Hotel di Lecce.
Un uomo sposato con una famiglia come la nostra solo che lui di preziosi tesori come te ne ha due è andato in una aeroporto, a Francoforte in Germania e mentre lo sguardo fissava la pista di atterraggio quest’uomo ha notato le scale che fanno accedere all’aereo

Le ha viste vuote! Lui le ha immaginate piene di persone.







Quest’uomo si chiama Adrian Paci ed era partito anni prima da casa sua a bordo di una nave. Quelle scale gli hanno fatto venire in mente la nave che servì a farlo partire da casa, dalla sua casa, dalla sua terra.

Adrian Paci è dovuto andare via dalla sua terra, non l’ha scelto lui, come accadde a San Cesario di Lecce nel 1460 quando la popolazione aumentò di numero grazie all’arrivo di albanesi e slavi capeggiati dall’imperatore dei Rumeni Teodoro Eurosio. Figlia mia il periodo aragonese per noi di San Cesario di Lecce e per tutta la nostra
Provincia fu caratterizzato da continue immigrazioni di Albanesi, Schiavoni, Greci, Rumeni ed Epiroti che, attraversato il canale d'Otranto, si insediarono nel Salento.
Ma così come allora questi uomini e donne furono costretti ad andarsene dalla loro terra anche il nostro amico Adrian ha subito 500 anni dopo la stessa sorte.
Eccolo il piccolo Adrian guarda:
Lo vedi? E’ quello con il fucile in mano? Come? Perché ha il fucile? Ma perché il suo paese aveva stabilito che tutti dovevano essere uguali, tutti con la divisa. Solo che uno doveva essere per forza d’accordo, nessuno poteva essere diverso, avere un vestito diverso e fare arte diversamente per esempio utilizzando tecniche nuove. L’arte era quella classica, come la fotografia solo che non si usava la macchinetta fotografica ma i pennelli.
E il nostro amico li usava i pennelli nel suo paese.
Poi è venuto in Italia e mentre aspettava per il permesso di soggiorno l’hanno fotografato. Vedi? E’ quello che sta nel cerchio!
Era importante per tutti quando l’hanno scelto per rappresentare tutti i bambini della sua terra con il fucile. A scuola, a casa e i parenti non gli parlavano d’altro. Si aspettavano grandi cose da lui, lui era stato scelto tra tutti i bambini del suo paese a essere il simbolo di tutti i bambini del suo paese.
Ma poi il suo amato paese
l’aveva costretto ad andare via con tutta la sua famiglia. Costretto! E lui soffriva, gli mancava il suo paese. Le due bambine avevano una sette mesi e l’altra 3 anni. Quella di sette mesi era troppo piccola per ricordare ciò che aveva costretto Adrian a scappare dal suo amato paese, ma la bambina di tre anni ricordava. Adrian le aveva comprato dei giocattoli. Lei raccontava delle storie ai suoi giocattoli, come quella del Gallo e del Gatto che prima giocano, poi si spaventano e poi sentono spari, vedono il fuoco. Ama tanto la sua terra Adrian, ma vedere sua figlia così, segnata dalle esperienze di violenza lo faceva stare male e gli impediva di tornare, così come lui voleva, di tornare a quel paese che l’aveva scelto per fotografarlo con un fucile in mano.
“Papà mi fai vedere la figlia di Adrian?” e io gli ho mostrato la foto:
“Papà perché la bambina raccontava queste storie piene di cose brutte alle sue bambole?” Bambina mia, ognuno di noi rimane segnato da ciò che vive, belle o brutte che siano le esperienze che ci emozionano, che ci danno il brivido, ci segnano per sempre! Il primo
bacio è emozionante vero? Allo stesso modo è emozionante il primo schiaffo! Capisci piccola mia?
Se io vivessi in un mondo pieno di violenza farei di tutto per andarmene, per allontanarmi, perché so che la violenza è come la peste, è contagiosa! Io ti proteggerò come Adrian ha protetto le sue figlie! “Grazie papà mio! Tu sei il mio papuzzo, papuzzo mio!” E tu sei il mio tesoro, il mio amore, il mio infinito bene! Ma cara Sara Adrian l’ha fatto per le sue figlie, ma l’ha fatto anche per lui stesso. Infatti i bambini che soffrono vivono nella speranza di essere indennizzati e fanno
permanere un bambino dentro di se che diviene famelico e bisognoso di un affetto infinito che non può essere ricolmato da alcunché! Adrian e io stesso in quanto genitori lo facciamo per noi, per non rimanere prigionieri di un ruolo, quello genitoriale, che è un viaggio nel tempo. Essere papà è un’attraversare un tempo, come il nomade che attraversa lo spazio. Ecco il genitore attraversa come il nomade il tempo e se non fa di tutto per consentire che il figlio faccia la stessa cosa se non gli consente di crescere, cosa ecco che il cammino si blocca, si rimane fermi, paralizzati nel ruolo di eterno bambino e di eterno genitore. Eterni melanconici prigionieri della nostalgia!
Adrian Paci si fa prestare una videocamera e registra le storie di sua figlia.
Dopo questa confidenza con il mezzo videocamera Adrian fa delle mostre, usa la fotografia e le riprese video. Un giorno suonano alla sua porta. Era la polizia! Adrian è preoccupato. “Papà perché è preoccupato se non aveva fatto nulla?” perché l’hanno abituato così. Se a te avessero detto che c’è qualcuno che, quando meno te lo aspetti, viene a metterti di fronte alle tue malefatte, e che questo può accadere in qualunque momento, e che questo è il tuo papà ,che magari è un papà che siccome il vicino di casa gli ha riferito che tu hai giocato a palla davanti alla sua casa e non l’hai fatto dormire, ti punisce senza sentir ragioni. Che cosa faresti se venisse la polizia onnipotente come il Padre Onnipotente a dirti di andare negli uffici? “papuzzo sei meraviglioso, tu queste cose non me le fai!”
Per una settimana il nostro Adrian Paci è nervoso, chiede alla moglie se riesce a ricordare qualcosa, scava nella sua memoria, non dorme la notte. Poi arriva il giorno della convocazione e va alla squadra mobile. Qui lo accompagnano all’ufficio violenza e abuso minori dove un funzionario di polizia gli mostra le foto delle sue bambine che hanno sulle spalle un timbro.
Adrian Paci gli dice che è pittura e che va via, e che i timbri sono una metafora. Adrian Paci spiega che il timbro vuole rappresentare il peso dall’uscita dal suo paese. Ma potrebbe significare il segno indelebile che il suo paese ha lasciato alle bambine.
Il poliziotto non capisce. “Come non capisce papà?” Figlia mia non capisce e sta a noi spiegare, ma vedi Adrian Paci ha tentato di spiegare e non c’è riuscito e per un artista, che vuole comunicare, è quanto di più frustrante ci possa essere. Sappi mia cara Sara che ci sono tanti mondi intorno a noi, ogni famiglia è un mondo. Questi mondi hanno cose in comune, ma hanno anche cose differenti, io ho imparato a guardare dentro ai mondi che mi capitano nella vita e a osservarli, per capire.
Fai altrettanto e vedrai che tutto andrà bene! “Grazie papuzzo”
Adrian Paci è emozionato, tutta quella tensione, tutta quell’attesa. E come sempre gli accade quando si emoziona poi diviene espressivo, fa un video, lo manda alla biennale.
Ma il video alla fine si chiude con le parole di Adrian Paci dirette al poliziotto che denunciano il fallimento, il suo fallimento, infatti dice “CREDIMI; SONO UN ARTISTA”. Chiede un atto di fede a chi non è riuscito a convincere con la ragione. Ma Adrian Paci è un uomo. Se gli avesse detto credimi sono un uomo, ecco che forse due uomini avrebbero comunicato le loro esperienze, ecco che forse gli avrebbe potuto dire delle sue preoccupazioni di padre.
E poi sai ha continuato ha sostenere che si chiede come possa agire un artista in un contesto che non è favorevole a un artista. Ma è la vita di ognuno di noi, infatti tutti incontriamo mondi che non ci sono favorevoli, non dico che siano ostili, ma sicuramente non ci favoriscono. Come tu a scuola. “Si papà a scuola ci sono bambini che ubbidiscono alla maestra e altri che si ribellano” ecco quelli che si ribellano considerano l’ambiente non favorevole all’alunno, come Adrian con il poliziotto.
“Poi Adrian ci è tornato nel suo paese? Ha portato le sue figlie dai nonni” Gli dico di si e gli racconto dei chioschi che Adrian trova nel suo paese dopo la caduta del regime che l’aveva reso un simbolo di bambino con il fucile. Lui trova i Chioschi dove i suoi connazionali facevano di tutto per vivere. C’era anche il chiosco dell’artista che faceva ritratti dalle foto, quadri ma anche documenti di morte falsi e visti di espatrio sempre rigorosamente falsi ma che se portati agli organi competenti e convalidati divenivano autentici!
Cara Sara Adrian Paci ha detto che questo dimostra che tutto è arte e quindi nulla è arte! Allora lui spinto da qualcosa si fa fare un certificato di morte e poi siccome nella sua terra, come
nella nostra, ci sono le prefiche (chiagi muerti in dialetto sancesariano donne pagate per piangere il morto decantandone le qualità) che da lui si chiama vajtoica lui ne chiama una e simula il suo funerale riprendendo tutto in un video. Io figlia mia non capisco la lingua di Adrian ma pare che la prefica fosse così brava da provocare la telefonata della madre per pregarlo di farla smettere, perché si era commossa e quindi la prefica era brava perché ha il ruolo di far commuovere gli altri.
Quando questa prefica che ha chiamato Adrian Paci era giovane e andava per i campi a fare la pastorella le sue amiche le dissero che aveva una bella voce e per questo lei decise di fare questa professione.
Adrian Paci aveva smesso di dipingere ma poi attraverso il fermo immagine del suo video di matrimonio ha ripreso. Fermava l’immagine e dipingeva facendone degli affreschi su delle installazioni
Così come è diretta l’immagine del video allo stesso modo la pittura di Adrian. Poi cara Sara rimane folgorato da un poeta, da Pier Paolo Pasolini, dal suo Gesù del Vangelo secondo Matteo e ne fa degli
affreschi.
“Ma quante cose fa questo Adrian Paci Papà!” Si! Come quella della Madonna scappata! “Come una Madonna è scappata?” Per i suoi conterranei è fuggita per quelli del Santuario Madonna del Buon Consiglio – Genazzano è stata trasportata in Italia dagli Angeli!
E Adrian Paci va al santuario e riprende la Madonna. Poi chiama tutti i suoi conterranei in Albania a proiettare questo filmato come se la Madonna fosse davvero li e ci fa un altro filmato che viene a proiettare nel Santuario Madonna del Buon Consiglio – Genazzano.
“E che ha voluto fare?” Ha voluto fare ritorno, per
sanare, simbolicamente ha fatto tornare lei e lei con lui e poi è rientrato portandosi appresso tutto questo dentro, nel suo cuore, nella sua anima.
Mentre era li la rete elettrica albanese aveva problemi di funzionamento e gli operatori commerciali si erano organizzati con i generatori elettrici a scoppio. Poi
c’erano i disoccupati in piazza, come da noi quando i braccianti in piazza aspettavano che il padrone venisse a chiamarli per il lavoro.
Lui prende venti generatori e venti disoccupati va allo stadio e fa accendere i generatori e lampadine.
“Papà ma quando finisce questa storia di Adrian?” Ecco è
finita sappi solo che a gaza i bambini palestinesi con degli specchi abbagliarono i soldati israeliani. “E che c’entra Adrian Paci?” Lui tenta di abbagliare noi, per non farci vedere la sua rabbia, la sua nostalgia infinita che lo vuole far tornare nella terra che gli ha sottratto l’identità, che l’ha illuso e poi deluso, ma che ha amato, ama e amerà per sempre!
“Papà è finita la storia?” Si! Sara è finita. “Buonanotte papuzzo!” Buonanotte Sara, amore mio.

Adrian Paci / Dettaglio evento

Dov'è casa - Adrian Paci
Eos Hotel
Sede Viale Alfieri 11, Lecce 73100Altre informazioni Tel +39 0832 230030
info@eoshotel.com http://www.vestashotels.it/ Data di apertura venerdì 05 settembre 2008Data di chiusura venerdì 05 settembre 2008
Gli artisti correlati
Adrian Paci

http://web.tiscali.it/adrianpaci/

http://www.teknemedia.net/pagine-gialle/artisti/adrian_paci/dettaglio-mostra/32696.html



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postato da: antoniobruno alle




























































































































































































































































Che fico d’India! Le spine a difesa della dolcezza.




Che fico d’India! Le spine a difesa della dolcezza.
Che fico d’India! Le spine a difesa della dolcezza.
di Antonio Bruno

Col tramonto su una spalla

Col tramonto su una spalla
e fasce gialle e blu,
alto, come un gelato
di corvi in mano,
chino la testa e passo
sotto l'arco di Carlo V.
E al passaggio si spegne
il lumino dell'anime sante
che tengono la destra
a cinque punte sul petto,
fra le fiamme del Purgatorio.

Questa è la mia città,
le mura le avete viste:
sono grige, grige.
Di lassù cantavano
gli angeli dei Seicento,
tenendo lontana la peste
che infuriava sul Reame.
Ora c'è fichi d'India, un aquilone,
un ragazzo che tende
il suo elastico rosso
contro qualche lucertola
troppo spaurita e minima
per presentarsi a quel sogno
d'inaudite avventure
di cui s'inorgoglisca il cuore umano.

Vittorio Bodini (Poeta della Terra di Lecce)



Me lo sono chiesto insistentemente stamattina e non sono riuscito a darmi una risposta. Come si può far ragionare un frutto come ragiona un uomo? Dice l’uomo: siccome vogliono uccidermi mi metto la corazza, oppure il giubbotto antiproiettile. Ma come si può far dire al Fico d’India, al frutto del Fico d’India, che ha le spine per impedire di essere mangiato dagli animali?
La massima aspirazione di ogni essere vivente è quella di vivere e riprodursi, come può riprodursi uno che non sparge il suo seme? E se i frutti del Fico d’India non li mangiano gli animali che fanno passare i
nalterati dall’intestino i semi come fa a riprodursi?
E mentre pensavo a questo mi sono venuti in mente tempi antichi quando cominciava il primo ottobre la scuola e i miei genitori non ne volevano proprio sapere di andarsene dalla Campagna in agro di Nardò.
La Masseria si chiama “Pendinello” e
da fine maggio ci ospitava sino ai giorni di San Giuseppe di Copertino che si festeggia il 26 settembre quando piogge insistenti e ai limiti del diluvio ci costringevano a far ritorno nella uggiosa autunnale San Cesario di Lecce.
Mio padre che all’epoca faceva il ferroviere (ora è in pensione) più volte raccontava le traversate della gloriosa 6oo color verde acqua che come un mezzo anfibio navigava la cittadina di Copertino che precedeva la Masseria Pendinello.
Mio padre non diceva a nessuno che faceva il Capo Manovra alla Stazione di Lecce, lui è come Nonno Libero della fiction TV “Un medico in famiglia” e si fregiava di essere Ferroviere anche sul campanello di casa dove campeggiava un Bruno Giuseppe Ferroviere che tanto mi ricordava quel San Giuseppe Artigiano.
In quella Masseria Pendinello attendevamo la fine dell’estate e, finito il mese di agosto, ecco giungere i frutti di fine estate che noi ragazzi andavamo a raccogliere direttamente dagli alberi dell’antica masseria.
Tra questi c’era il fico d’india (noi la chiamavamo ficalindia).
Quando vedi il Fico d’India ai margini delle strade sei certo che sia sempre stato li, sei sicuro che i Messapi, i Greci e i Romani si siano dati un gran da fare a mangiare i suoi gustosi e prelibati frutti.
Nell’immaginario collettivo il fico d'India è parte integrante del paesaggio mediterraneo. E invece no! Viene da molto lontano.
Alcuni affermano che si tratta di un frutto introdotto in Italia dai Saraceni della dinastia araba degli Agabliti di Kairnan, al tempo dello sbarco di Mazara nella nostra Sicilia nell’anno 827.
Altri sostengono che sia stato importato dalle Americhe in Spagna nel 1500, e che il suo nome ovvero “fico d'India”, sarebbe giustificato dalla circostanza della sua provenienza dalle terre che Colombo credeva fossero le Indie, pare che chi si sia dato un gran da fare a diffondere la coltura nell'Italia meridionale siano stati i Borboni.
Comunque sia nell’uno che nell’altro caso i Messapi, i Greci e i Romani non l’hanno assaggiato, e non sanno cosa si sono perso!
Ma comunque di tutto questo io ero all’oscuro quando con Giampiero Geusa, Massimiliano Tarantino e Antonio Ferro in tenuta da mare (eravamo tutti in slip, come i bambini del sud est asiatico e del medio oriente) andavamo a raccogliere le ficalindie.
Ci organizzavamo giornalmente per la raccolta che facevamo a più riprese perché i frutti (le ficalindie) hanno una maturazione che si dice “scalare” (significa che non maturano tutti in una volta ma prima alcuni e
poi altri). Eravamo in slip io Giampiero Geusa di Nardò, Gianfranco Tarantino di Bari e mio cugino Antonio Ferro di Lequile e tutti avevamo estrema attenzione per le spine che potevano farci secchi nelle secche giornate d’estate, ecco perché andavamo la mattina presto quando c’era ancora il residuo della brina della notte che impregnava le spine e impediva che le stesse fossero disperse nell’aria per giungere sulle nostre nude carni di ragazzi adolescenti che avrebbero reagito con un dolore diffuso su tutto il corpo che forse avrebbe avuto pace grazie alle cure delle premurose mamme.
Tutti eravamo armati di una canna o un bastone alla cui estremità si metteva un barattolo di rame, andava bene quello dei pelati San Marzano, dentro il quale si introduceva il fico d'India, che, con un semplice movimento rotatorio, veniva distaccato dalla pala. Poi con la mano avvolta in una busta di plastica per difendersi dalle punture, si afferrava lo spinoso frutto e lo si riponeva delicatamente in un’altra busta di plastica che, una volta piena, andava messa sotto il getto dell’acqua della fontana per ammorbidire con l’acqua le spine e per disperderne la maggior parte attraverso il getto violento.
Anche quello rappresentava un giuoco dilettevole che, non concesso mai dai genitori in altre occasioni, diveniva obbligatorio nel caso delle ficalindie. I nostri genitori erano abituati alla penuria d’acqua ne sapevano il valore e consideravano prezioso il liquido trasparente, per questo non gradivano che noi la sprecassimo, non gradivano che noi lo trattassimo come fosse illimitato.
E con la festa dell’acqua e della doccia conseguente finiva la fase che potevamo curare noi ragazzi. Fatto questo ognuno si prendeva la sua brava busta con dentro i fichi d’India lavati e si recava nella sua casa dove ad aspettare c’era la regina del focolare, la casalinga per eccellenza, la mia mamma!
Io non potevo proseguire poiché avrei dovuto usare il coltello, oggetto pericoloso che non era concesso né usare, né tanto meno detenere.
La mamma prendeva la busta e con un normale coltello da cucina mozzava il frutto sia nella parte superiore e sia in quella
inferiore, subito dopo, in modo perpendicolare spaccava l’involucro del frutto tanto quanto è lo spessore della buccia, quindi divaricava la spaccatura ed ecco che il frutto mi veniva offerto in tutta la sua magnificenza ad essere mangiato. C’era la ficalindia “Gialla” che è quella che mi piace di più, oppure la "Rossa" o anche la "Bianca. Tutte buone!
Ancora oggi quando sento quel sapore dolce e i semi scivolosi che facilmente si lasciano inghiottire ricordo quei tempi meravigliosi e indimenticabili.




















































































































giovedì 4 settembre 2008

La Vendemmia della terra di Lecce: trinomio territorio, cultura e comunicazione







La Vendemmia della terra di Lecce: trinomio territorio, cultura e comunicazione

Il vino
è il condensato di un territorio,
di una cultura,
di uno stile di vita.
(E. Hemingway)

Settembre ovvero il tempo della vendemmia. Ieri sera al venticinquesimo di matrimonio del mio amico Giuseppe, suo padre Cosimino, un agricoltore più che settantenne, mi ha rivelato la gioia di un suo vicino che ha un bel vigneto, dell’attesa della raccolta dell’uva, ma la raccolta dell’uva si chiama com’è noto a tutti vendemmia. Mi diceva che la pianta della vite presenta in questi giorni un ottimo stato vegetativo e il grappolo d’uva si può ammirare perché sano e con un buon grado zuccherino.
Ma come ogni agricoltore che conosce la regola che il risultato del suo lavoro è subordinato, si ferma perché l’entusiasmo gli aveva preso la mano.
Ogni agricoltore sa che il titolare della terra non è lui, ma il “Che tempo fa” e cioè la situazione meteorologica, ecco perché dopo la pausa saggia Cosimino aggiungeva che tutto questo presagio di buon raccolto e, di conseguenza, di buon vino, è subordinato all’andamento climatico di quest’ultimo periodo.
Già! Perché l’attività in campagna è così! Ricordo ancora il mio amico Raffaele che si era avventurato nella produzione di meloni di una varietà appena ottenuta dalla ricerca assolutamente precoce che, dopo la prima raccolta e la conseguente vendita a prezzi stratosferici, vide tutto distrutto da una grandinata e con quella dovette anche mandare in soffitta i suoi sogni di guadagni milionari.
Adesso invece succede questo, a scriverlo è un prof. di chimica deluso e arrabbiatissimo
http://ascuoladibugie.blogosfere.it/2006/12/il-vino-e-un-elemento-chimico.html : “dopo aver ripetuto circa 55 volte la differenza tra elementi e composti (gli elementi sono quelli della Tavola Periodica, non ci si può sbagliare), qualcuno è stato capace di scrivere nel compito in classe che il vino è un elemento. Con buona pace di Mendeleev, che in tanti anni di ricerche non si accorse che nella sua Tavola mancava il vino, simbolo atomico Vi. Io aggiungerei anche il tarallo, simbolo Ta. Perché la scuola ormai è questo: qualcosa che finisce (e comincia) a tarallucci e vino.”
Il prof. di Chimica però forse non ha messo nel computo che i ragazzi sanno che il vino si ottiene anche dall’uva così come lo sapeva G.D., 74 anni imprenditore che nella struttura di Cutrofiano in contrada 'Difese' aveva attrezzature e materiali utilizzati per la sofisticazione
http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Puglia.php?id=1.0.2451613530 .
Il mondo del vino è una realtà sotto gli occhi di tutti e nella nostra memoria possiamo ancora oggi scorgere i forti elementi della nostra tradizione territoriale, i carri trainati dai cavalli pieni d’uva che si recano al palmento (il palmento è il luogo dove l’uva viene trasformata in mosto e quindi in vino) per la pigiatura che avveniva anche con le donne e i bambini che saltellavano nella botte piena d’uva e la successiva fermentazione alcolica. Ma questa forte tradizione è contrapposta paradossalmente al processo continuo di innovazione e sviluppo globale di cui è protagonista il vino e l’uva.
Il vino che beviamo oggi non ha nulla in comune con quello dell’antichità dei babilonesi, ebrei, greci e romani e nemmeno con quello che era servito nelle nostre “Putee te mieru” dove ci entravano solo gli uomini e si poteva giocare a scopa, briscola e stoppa e al mai dimenticato tressette e ci si divertiva a lasciare a secco “all’urmu” il nostro amico antipatico nel famoso “patrunu e sutta” (Padrone e Fattore) con possibilità di estensione alla “fimmena prena” (donna incinta). Erano gli artigiani, barbieri, carrozzieri, calzolai e operai che frequentavano “la putea” e si tracannavano “nu mienzu quintu te vinu” e alcuni di essi potevano anche precipitare nell’ubriachezza che però poteva essere molesta ma mai omicida poiché i nostri ubriachi della “putea te mieru” per tornare a casa usavano i loro piedi e non le automobili.
Io da ragazzo andavo li, con la bottiglia già colorata di un viola che non andava via, per prendere il vino per casa, quello che andava sulla tavola (da qui il detto “vino da tavola”). Ricordo ancora che costava 150 lire al litro e allora (era il 1964) la benzina costava 110 lire al litro.
Il trinomio territorio, cultura e comunicazione, è alla base del prodotto che proviene dalla terra, ed ecco perché sarebbe necessario per chi intendesse avventurarsi in questo settore lo studio, l’analisi e la comparazione di dati reali, per avere un chiaro quadro della situazione del mercato del vino e delle sue prospettive poiché bisogna avere un quadro globale del mercato del vino, e soprattutto avere chiaro sia lo scenario mondiale che il mercato italiano.
C’è necessità di conoscere le nuove abitudini dei consumatori e l’evoluzione delle normative
Regolatrici ma soprattutto c’è da avere una stella polare, se davvero ci si vuole avventurare nel mondo del vino, che è rappresentata dal valore del territorio che è alla base dello sviluppo futuro del mercato.
Il legame con il territorio, l’evoluzione tecnica e l’ecocompatibilità, sono i valori che hanno costituito il sistema in continua sinergia tra innovazione e tradizione, che veicola una strategia di sviluppo culturale ed economico che trova come sbocco naturale il Movimento Turismo del Vino Puglia 70121 Bari - Via Cardassi, 6 tel. 080 5233038 fax 080 5275510
puglia@movimentoturismovino.it C.F.:93211340729 http://www.mtvpuglia.it/ .
I valori di riferimento essenziali, di un percorso agricolo per la nostra terra di Lecce sono il territorio e i prodotti autoctoni.
Intraprendere questa strada significa conoscere questa porzione di Territorio, la terra di Lecce, sia dal punto di vista economico e della comunicazione perché la promozione del territorio è una strategia essenziale per la valorizzazione e sviluppo non solo del territorio in sé, ma di tutto il settore vino.
Ma per essere più precisi cosa comunichiamo noi con il nostro territorio? Il barocco, le città d’arte e le risorse naturali della costa ma anche le antiche Masserie che sono sempre più oggetto di visita da parte degli stranieri.
La comunicazione di un territorio vivace che dovrebbe avere nel suo tessuto la realtà degli artigiani delle “putee te mieru” insieme alla proposta di una enogastronomia che preveda la rappresentazione di quella tavola imbandita che ha avuto fortuna in quel periodo delle “putee te mieru” che potrebbe essere la carta vincente da accompagnare a prodotti sicuramente di qualità. Il Movimento Turismo del Vino è la struttura l’ente più adatta per favorire la creazione e la pubblicizzazione delle “putee te li mieru” ovvero i Wine Bar della terra di Lecce.
Forse quei ragazzi studenti di chimica considerano il Vino un elemento perché come bevanda consumano la birra nelle bottiglie di ¾ di litro in un modo tutto americano di intendere l’alimentazione e le bevande, birra al posto del vino e patatine al posto dei piatti dei pezzetti e delle uova lesse della “putea te mieru” .
Le tendenze arrivano dalle nuove generazioni. I giovani oggi vanno nei pub e bevono birra. Spetta ai figli dei produttori di vino imporre “le putee te mieru” e il vino.

martedì 2 settembre 2008

SCUOLA: Il Ministro Mariastella Gelmini ha letto Pinocchio quando ha scelto Lucignolo?


SCUOLA: Il Ministro Mariastella Gelmini ha letto Pinocchio quando ha scelto Lucignolo?
di Antonio Bruno

Ho ricevuto sollecitazioni a scrivere sulla scuola. Dicono che Mariastella Gelmini, questa donna di 35 anni Ministro dell’Istruzione, si sta distinguendo per le iniziative che fanno clamore.
Ha ripristinato il voto in condotta affermando che una eventuale insufficienza porta alla bocciatura e ha detto della libertà di scelta tra scuola pubblica e privata che favorisca anche nell’ambito dell’istruzione la concorrenza e, conseguentemente, la qualità dell’offerta formativa.
Le due cose sono secondo me collegate. Inutile nasconderselo la scuola pubblica è fortemente influenzata da un pensiero che ha generato questo modo di fare formazione che, bisogna prendere atto, ha fallito. Un Ministro che ripristina un voto in condotta per riportare ordine e disciplina nella scuola è sicuramente un atto d’accusa verso chi nella scuola ci vive e ci lavora e, nonostante questo, non è stato in grado di mantenere né l’ordine, né la disciplina. E’un atto d’accusa verso un pensiero che si è rivelato perdente e che ha posto le basi per l’arretratezza culturale degli studenti e che ha determinato nei nostri figli la mancanza di attrattiva verso la prospettiva formativa.
Se dall’alto vengono delle disposizioni disciplinari significa che il ventre molle e il lassismo dilaga in periferia ovvero nelle scuole pubbliche.
E chi ha potuto si è allontanato da questo “Paese dei balocchi” frequentando istituti privati dove di tutto questo non c’è ombra e non mi riferisco a quegli istituti che promettono recuperi scolastici ai limiti del miracoloso.
C’è un offerta formativa in Italia fortemente condizionata dallo statalismo, dallo stato mamma che deve pensare ai sudditi bonaccioni e ai limiti dell’imbecillità e che appunto decide se si debba mettere oppure no, il voto in condotta.
Io non la penso così. Io penso che un cittadino debba avere la possibilità di scegliere dove andare a scuola. Si! Perché la scelta deve essere di quei cittadini studenti che ancora non votano ma che si stanno formando.
Le notizie volano! Si sa dove la scuola è impegnativa e dove la scuola è una specie di salotto dove andare a passare le ore della mattinata prima del pomeriggio e della sera dedicata alla vita dello sballo e delle emozioni!
Io penso che i giovani debbano poter scegliere la fine che intendono fare. I giovani devono operare una prima scelta, finita la scuola dell’obbligo, che consiste nel decidere se continuare ad andare a scuola oppure lavorare. Ma i giovani devono poter scegliere se andare nelle scuole dove si gioca con il cellulare e si intonano cori da stadio riempiendo di graffiti e murales i muri degli edifici oppure recarsi nelle scuola dove gli insegneranno cos’è questo mondo per ricavare dallo stesso di che vivere per se e per la famiglia che eventualmente formerà.
Libertà! Libertà di scelta!
Ma per operare una scelta le opzioni devono essere chiare! Inoltre devono essere tutte egualmente accessibili! Mi spiego meglio: se la scuola pubblica costa allo stato 3000 euro l’anno a studente tutti gli studenti ogni anno devono avere un budget di 3.000 euro da spendere nelle scuole sia pubbliche che private! Oppure sapere che potrò avere un rimborso dalle tasse ogni anno se non opero la scelta della scuola pubblica. Dopo di che genitore e studente operano la loro LIBERA scelta!
Io devo sapere che andando in quel tal istituto passerò la maggior parte del mio tempo a giocare con il cellulare, a intonare cori da stadio e a SCRIVERE SUI MURI e se riesco a convincere i miei genitori a iscrivermi li e a mettere fuori i loro soldi per finanziare questa mia impresa devo poterlo fare, DEVO AVERE LA LIBERTA’ DI POTERLO FARE! Anche perchè io non credo alle forzature. Credo che le cose vadano sempre nel modo in cui devono andare e che una volta che un giovane o un adulto ha preso una decisione è impossibile che cambi idea a meno che non prenda atto che tale decisione gli ha creato dei problemi.
Ognuno deve avere la libertà che ha avuto Pinocchio quando è andato con Lucignolo nel Pese dei Balocchi!
Tutto è possibile A CONDIZIONE CHE GENITORE E RAGAZZO SIANO INFORMATI che ci sono delle conseguenze. Per i genitori e per i ragazzi che scelgono la scuola parcheggio come Pinocchio quando scelse il Paese dei Balocchi ci saranno delle conseguenze, così come ci saranno delle conseguenze per i genitori e per i ragazzi che sceglieranno la scuola in cui insegneranno al ragazzo cos’è questo mondo per ricavare dallo stesso di che vivere per se e per la famiglia che eventualmente formerà.
.Tali conseguenze devono essere chiaramente esposte a genitori e ragazzi , dopo di che la liberà deve trionfare!
Al Ministro spetta di creare le condizioni affinché tale libertà possa essere esercitata e quindi o attraverso la erogazione di “assegni ad personam “ per tutti da impiegare poi alla scuola che si sceglierà, oppure, più semplicemente, rimborso delle tasse per i ragazzi che non optano per le scuole pubbliche.
Ognuno faccia il suo lavoro! Il Ministro faccia il Ministro, i formatori facciano i formatori e genitori e ragazzi facciano i genitori e ragazzi! Ognuno faccio ciò che è!
Basta con questo disordine! Altrimenti davvero dovremo mettere un voto in condotta a ognuno, anche al Ministro Mariastella Gelmini!

lunedì 1 settembre 2008

La moglie di Umberto Bossi tira la vita!


La moglie di Umberto Bossi tira la vita!
La moglie di Umberto Bossi tira la vita!
di Antonio Bruno

Si va avanti, nessuno può mettere in dubbio che il detto di Totò, chi si ferma è perduto, è valido oggi più che mai.
Pur dovendo fare i conti con le sfide di ogni giorno si va vanti. Il mio amico Antonio, ex compagno di classe, alle elementari che ho visto ieri sera, ogni volta che gli chiedo come stiano andando le sue cose, afferma: “tiro la vita”. Capite? Lui tira la vita che dovrebbe essere quanto di più pervicace e insistente sino allo sfinimento c’è al mondo. Pensate alle erbacce che continuate a togliere da decenni dal vostro giardinetto o dal vostro vaso che è li sul balcone: loro nonostante noi, nonostante la nostra azione di eliminazione constante, direi che perpetuiamo da anni il genocidio delle erbacce, continuano a emergere da semi che giungono nel nostro vaso sul balcone dai posti più disparati e nelle maniere più impensabili.
Invece al mio amico questa forza non basta, ci si mette pure lui, a tirare questo scoppiettante dispositivo polifunzionale e creativo denominato “la vita”.
La nostra illusione sta nel volerla sottomettere alla nostra volontà, da qui la sconfitta inevitabile e cocente e la successiva fase depressiva.
La vita non si sottomette a nulla, tanto meno alla volontà di uno come me. La vita tutt’al più può essere assecondata come fa il mio amico Antonio che rema nella direzione della corrente. Immaginate la disperazione di un uomo che decide che basta! Che non ce la fa più! Manuela la moglie di Umberto Bossi ha avuto una richiesta di lasciarlo andare, lui aveva chiesto alla donna che aveva voluto quando era poco più di una bambina di essere lasciato andare. Manuela non l’ha lasciato andare, Manuela sapeva che lui, il suo Umberto, il Bossi, quello del “celodurismo” non riusciva a sopportare il dolore, ne era oppresso. Manuela con ogni probabilità immaginava anche l’angoscia del suo Umberto che, non potendo essere certo di ciò che sarebbe conseguito all’ictus, era oppresso anche dalla incertezza di poter continuare a fare quello che gli piace, la politica, l’illusione di poter cambiare le cose, l’illusione di essere Dio!
Manuela ha sempre saputo che il suo Umberto non è Dio, ma l’ha amato lo stesso, l’ha amato per quello che è, e questo amore, solo questo amore lo ha salvato dalla morte.
Umberto Bossi è tornato alla vita per l’unica ragione per cui vale la pena vivere: l’amore! Manuela ha tirato la vita di Umberto in volata, come in una corsa ciclistica, ed eccoli lì, Manuela e Umberto, raggianti al traguardo!
Perché sono felici? Perché il loro rapporto è pieno d’amore!


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Perché? perché? La domenica mi lasci sempre sola, per andare a vedere la partita di pallone

Perché? perché? La domenica mi lasci sempre sola, per andare a vedere la partita di pallone
Perché? perché? La domenica mi lasci sempre sola, per andare a vedere la partita di pallonedi Antonio BrunoLui: Cara vado a vedere la partita a Torino; Lei: ma caro non andrai mica in auto, con tutto quel traffico? Lui: Ma no! Vado in treno!; Lei: ma hai prenotato?; Lui: Mica c’è bisogno di prenotare lo sanno che la domenica i treni sono tutti prenotati per noi tifosi del calcio.Deve essere per questo motivo che ieri i tifosi del Napoli che dovevano recarsi a Torino hanno preso con la forza l'Intercity plus 520 e i passeggeri che già erano sul treno se ne sono dovuti andare a cercarsi posto.E’ iniziato il campionato di calcio, pomeriggi davanti alla TV per alcuni e in corsa verso lo stadio per altri. Il mio amico Marco dice che tutta questa violenza che c’è in giro è per un motivo semplice che è da ascriversi al lunghissimo periodo di pace che impedisce ai maschietti di ammazzarsi a vicenda e alle femminucce di rimanere a casa preoccupate di non trovar marito per la penuria di maschietti conseguente ad un conflitto.Per l’onor del vero il mio amico Marco auspica questo conflitto perché ritiene che questa è la causa per la quale è in cerca, invano, di una moglie. Si! Perché Marco anziché andare allo stadio, impiega il suo tempo prezioso, ahimè senza successo, alla ricerca di una compagna per tutta la vita!Io allo stadio ci sono andato due volte, una a una partita del Lecce quando giocava in serie C, trascinato da un amico e sempre per responsabilità dello stesso amico a una partita del San Cesario di Lecce quando militava nel campionato di Promozione sto scrivendo del 1969, poi non ci sono andato più, e se mi chiedete il perché, non me lo so spiegare. Non mi ha mai intrigato sino al tifo il gioco del calcio. Guardo con piacere una partita di pallone sia allo stadio che in TV, ma non la cerco, se capita non disdegno ma non la cerco. Se mi trovo ad ascoltare quei complicatissimi discorsi per lo più rivolti alle società che dovrebbero comprare questo o quel giocatore o agli allenatori che dovrebbero adottare questo o quest’altro schema, ascolto incuriosito la passione dei miei amici ma non cerco quei discorsi, né inizio io discorsi sul calcio. Trovo anche interessante l’intuizione del mio amico Gianni Letizia che sul calcio di San Cesario di Lecce ci ha scritto un libro affermando che la vita è come una partita di calcio. Trovo tutto questo interesse per questo gioco assolutamente incomprensibile, allo stesso modo di come trovo incomprensibile tutto questo interesse rivolto a un signore ricchissimo che hanno eletto a “furor di popolo” Presidente del Consiglio alle scorse elezioni politiche. Devo però aggiungere che, se considero assolutamente indifferente per i destini del nostro paese ITALIA, chi vince le elezioni politiche, non posso essere indifferente a quello che dovrebbe essere un inoffensivo hobby di padri e madri di famiglie e ragazzi e ragazze d’Italia e che invece ogni domenica si rivela una battaglia tra guelfi e ghibellini a suon di prepotenze e violenze. Perché è vero, come dice il mio amico Gianni Letizia, che la vita è come una partita di calcio, ma è pur vero che il gioco è una rappresentazione, una simulazione della realtà e non può divenire la realtà stessa al punto di rischiare di perdere la vita per difendere i colori di una squadra di calcio.Il figlio di un mio amico gioca con la playstations, quando ho detto al mio amico che il gioco che stava facendo suo figlio mi sembrava violento a tal punto da rovinare il carattere del ragazzo, lui mi ha informato della circostanza che, le persone che giocano con videogiochi dai contenuti violenti online, sarebbero più rilassate e meno irascibili, al termine delle proprie sessioni di gioco, di chi invece non gioca alla playstations. Il mio amico dice che ciò è affermato da Jane Barnett della Middlesex University. Il report della ricercatrice presentato lo scorso aprile alla British Psychological Society's Annual Conference di Dublino è stato generato da uno studio condotto su circa 300 persone che hanno giocato a World of Warcraft, in età comprese fra i 12 e gli 83 anni. Insomma la signora Jane Barnett afferma di aver riscontrato alti livelli di rilassamento prima e dopo aver giocato al titolo, piuttosto che uno sviluppo di rabbia. Inoltre la signora Jane Barnett dice che il rilassamento dipende molto dal tipo di personalità.A questo punto il mio amico mi ha rivelato che da tutto questo la signora Jane Barnett ha sviluppato un questionario emozionale e ludico che aiuta a distinguere le tipologie di giocatori per i quali è più facile trasferire la propria aggressività online nella vita di tutti i giorni. Io non ho voluto in alcun modo contestare la validità dello studio della ricercatrice in questione, ho solo chiesto al mio amico quali ottantatreenni giochino abitualmente a World of Warcraft. Lui mi ha detto che suo padre che ha 81 anni non fa altro tutto il giorno.Alla luce di questa istruttiva chiacchierata ho acquisito che chi gioca, chi assiste al gioco in generale essendone coinvolto a livello di tifoso, trasferisce la propria aggressività accumulata, al gioco a cui sta assistendo e alle persone che sono coinvolte. Nel caso di un computer ciò può al massimo determinare che, l’amico in questione, sfasci il computer. Mentre nel caso del gioco del calcio tale atteggiamento può mettere fine alla vita di un altro tifoso e sportivo.Tutto ciò deve essere evitato in ogni modo. Magari si chiami la signora Jane Barnett per somministrare ai tifosi il questionario emozionale e ludico per distinguere le tipologie di tifosi per i quali è più facile trasferire la propria aggressività allo stadio durante lo svolgimento di una partita di calcio per poi essere rilassato nella vita di tutti i giorni.Costoro vanno interdetti dagli stadi e segnalati alla PUBBLICA SICUREZZA, allo stesso modo di come andrebbero interdetti dagli stadi e segnalati alla PUBBLICA SICUREZZA i tifosi resisi protagonisti delle violenze di domenica scorsa.